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Eco Card e digitalizzazione al contrario: tutto quello che la Pubblica Amministrazione non dovrebbe mai fare

MisterGadget.Tech EcoCard Bergamo

Da molti anni, su queste pagine e attraverso i nostri canali, lavoriamo quotidianamente per diffondere una cultura autentica della tecnologia.

Raccontiamo come l’innovazione debba essere uno strumento al servizio dell’uomo, pensato per semplificare le routine quotidiane, abbattere la burocrazia ed eliminare attriti inutili.

Eppure, guardando cosa accade troppo spesso sul campo, sembra quasi che gli sforzi fatti per spiegare il buon senso digitale scivolino via senza lasciare traccia.

La Pubblica Amministrazione italiana, centrale o locale che sia, appare costantemente in prima linea nel ricordarci una triste realtà: l’esperienza e la comodità del cittadino sono quasi sempre l’ultimo elemento preso in considerazione quando si progetta un servizio.

Un caso di scuola, perfetto per comprendere questa innovazione al contrario, arriva da una realtà locale come Bergamo, dove il Comune e la multiutility Aprica hanno rinnovato la gestione dei rifiuti introducendo la Eco Card per accedere ai centri di raccolta (le piattaforme ecologiche di via Goltara e via Cremasca) e sbloccare le nuove ecoisole interrate.

Si tratta di una vicenda locale, certo, ma che rappresenta il paradigma nazionale di tutto ciò che la PA non dovrebbe mai fare quando decide di modernizzarsi.

Le ragioni teoriche del gestore: perché è stata fatta questa scelta?

Per fare un’analisi seria e costruttiva, bisogna prima mettersi nei panni di chi il servizio lo gestisce e comprendere le motivazioni tecniche e amministrative alla base di questa decisione.

La prima giustificazione riguarda l’unificazione del sistema tra privati e aziende. Una piattaforma ecologica accoglie sia le famiglie sia le utenze non domestiche, come negozi, artigiani, uffici e partite IVA.

Poiché le aziende non possiedono una Tessera Sanitaria personale, creare una Eco Card proprietaria permette al gestore di standardizzare l’hardware dei varchi con un unico supporto valido per chiunque si presenti ai cancelli.

C’è poi il tema del legame con il contratto TARI anziché con la persona. La Tessera Sanitaria identifica il singolo individuo, mentre la tassa rifiuti è legata all’immobile.

Con una card dedicata, il sistema riconosce direttamente il codice utenza, consentendo a chiunque nel nucleo, o persino a un delegato esterno, di accedere senza dover verificare se l’intestatario sia fisicamente presente.

Infine, c’è la comodità dell’ecosistema hardware chiuso. Per una multiutility è molto più semplice acquistare da fornitori specializzati un pacchetto chiavi in mano, comprensivo di colonnine RFID, app dedicate e tessere proprietarie, evitando di dover integrare e sincronizzare continuamente i propri sistemi con le anagrafi comunali o regionali.

Perché queste scelte sono concettualmente sbagliate

Viste dal lato della scrivania del gestore, queste motivazioni sembrano lineari. Viste dal lato del cittadino e delle moderne architetture software, sono invece l’esempio perfetto di pigrizia progettuale che scarica l’inefficienza sull’utente finale.

L’alibi delle aziende, innanzitutto, non regge al confronto con quanto accade in altre realtà italiane. Obbligare decine di migliaia di famiglie a gestire una tessera in più solo per uniformare il sistema con le partite IVA è un controsenso logico, quando il modello ibrido funziona già da anni con successo a pochi chilometri di distanza.

A Milano, ad esempio, AMSA consente a tutti i residenti di accedere alle riciclerie comunali semplicemente mostrando la Tessera Sanitaria di un qualsiasi componente del nucleo familiare iscritto alla TARI, riservando il badge dedicato unicamente alle utenze non domestiche.

A Brescia, gestita dalla stessa capogruppo A2A, nei centri di raccolta comunali l’accesso per le utenze domestiche avviene tramite la lettura ottica del Codice Fiscale, mentre per le ditte viene rilasciata una tessera specifica legata alla Partita IVA.

Lo stesso accade a Bologna e in gran parte dell’Emilia-Romagna con Hera, dove i cittadini aprono i cassonetti smart e accedono alle stazioni ecologiche con la propria Tessera Sanitaria o tramite app, destinando le card fisiche proprietarie solo a chi non ha codice fiscale o alle attività commerciali.

In secondo luogo, sostenere che la Tessera Sanitaria non vada bene perché personale significa ignorare vent’anni di sviluppo di banche dati relazionali. Disaccoppiare persona e contratto è un problema software banale: basta collegare a monte il codice utenza TARI allo stato di famiglia anagrafico.

In questo modo, chiunque nel nucleo passi il proprio Codice Fiscale apre il varco. Non serve una nuova plastica per risolvere un incrocio di dati che un server esegue in tre millisecondi.

Il risultato pratico di questa impostazione è l’azzeramento della spontaneità. Se sabato mattina decidi all’improvviso di portare sfalci o un vecchio elettrodomestico in discarica e hai lasciato la Eco Card a casa in un cassetto, o se in quel momento la sta usando un altro familiare, vieni respinto alla sbarra. Il Codice Fiscale è sempre nel portafoglio di chiunque; la card proprietaria no.

La giungla delle app e il fallimento della dematerializzazione

Anche sul fronte smartphone, la toppa rischia di essere peggiore del buco. Invece di sfruttare piattaforme standard e già installate come App IO per i servizi pubblici o un semplice pass per i wallet nativi di Apple e Google (apribile con un doppio click sul telefono e condivisibile in famiglia su WhatsApp o AirDrop in un secondo), l’utente viene instradato in un percorso a ostacoli:

  1. Accedere a un portale web per registrare la tessera incrociando Codice Utenza, Codice Contribuente e seriale della carta.
  2. Scaricare l’ennesima applicazione mono-uso, come SIGMA BG o PULIamo.
  3. Eseguire il login con credenziali dedicate per visualizzare un QR code proprietario.

Si tratta di un’architettura frammentata, inutilmente complessa per i cittadini meno digitalizzati e costosa da mantenere, che dimostra una totale assenza di visione incentrata sull’utente.

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L’interfaccia di Sigma BG (MisterGadget.Tech)

Aggiungiamo anche che l’estetica dell’applicazione è fuori dal tempo: Sigma sembra un’applicazione degli anni 2000, non rispetta il linguaggio del design né di iOS e del suo Liquid Glass, né il material you di Android.

La lezione che la PA deve imparare

Digitalizzare un servizio pubblico non significa limitarsi a comprare un tornello elettronico o spedire una nuova plastica per posta. Significa ripensare i processi per togliere incombenze alle persone, non per crearne di nuove a tutela dei propri flussi interni.

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L’icona della app Sigma (MisterGadget.Tech)

Quando un’innovazione costringe l’utente a fare spazio nel portafoglio per un’ennesima card, a memorizzare codici contrattuali per entrare in discarica o a scaricare l’ennesima app proprietaria, non siamo di fronte a un progresso. Siamo di fronte alla solita vecchia burocrazia, semplicemente travestita da tecnologia.

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