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Google costretta ad aprire Android alle AI rivali: la decisione UE spiegata

Mister gadget Europa

Il 16 luglio 2026 la Commissione Europea ha adottato due decisioni vincolanti nei confronti di Google, e questa volta il bersaglio non è il solito Play Store. Al centro ci sono Android e Gemini, e la sostanza è semplice da riassumere: chi vuole usare ChatGPTClaudeCopilot o Perplexity al posto dell’assistente di Google dovrà poterlo fare con le stesse identiche possibilità che oggi ha solo Gemini.

Non è un dettaglio da smanettoni. È la stessa battaglia già vista con Apple e Siri AI, solo che questa volta le due aziende hanno scelto due strade opposte, e le conseguenze si vedranno tra qualche mese.

Cosa cambia davvero su Android

Il problema individuato da Bruxelles è tanto semplice quanto fastidioso per chi sviluppa assistenti concorrenti.

Oggi Gemini può essere attivato con una parola d’attivazione personalizzata a livello di sistema operativo, con la pressione prolungata del tasto home o tramite la barra di navigazione.

Sono punti di accesso di sistema, non semplici funzioni di un’app scaricata, e nessun assistente terzo può oggi registrarsi per usarli allo stesso modo.

La Commissione ha individuato undici funzionalità di questo tipo su cui Google dovrà garantire parità di trattamento.

Concretamente, gli utenti Android potranno attivare l’assistente AI che preferiscono con un comando vocale, esattamente come si fa oggi con “Hey Google”.

E non si tratta solo di attivazione: gli assistenti terzi dovranno anche poter eseguire azioni dentro le altre app per conto dell’utente, come prenotare un taxi, suggerire risposte in un’app di messaggistica o recuperare informazioni su un luogo visitato di recente.

Bruxelles assicura che tutto questo arriverà con le dovute garanzie di sicurezza: protezioni tecniche proporzionate saranno ammesse, a patto che non diventino un pretesto per bloccare di fatto i concorrenti.

Il punto debole, però, è che né la Commissione né Google hanno ancora chiarito quali requisiti tecnici minimi dovrà rispettare un assistente AI di terze parti per ottenere l’accesso, né chi risponde se un servizio autorizzato viene compromesso da un attacco informatico. Un vuoto che, prevedibilmente, diventerà terreno di scontro nei prossimi mesi.

Google contro Apple: due strategie, due destini diversi

Qui la storia si fa interessante, perché Google e Apple hanno affrontato lo stesso identico problema in due modi opposti, e vale la pena ricordarlo perché ne avevamo già parlato quando Apple aveva bloccato Siri AI in Europa.

Apple ha scelto la strada della trattativa preventiva. Prima ancora di lanciare Siri AI nell’Unione Europea, ha provato a mettersi d’accordo con Bruxelles proponendo un Trusted System Agent, un intermediario che avrebbe permesso ai servizi terzi di accedere alle stesse capacità di Siri senza però ottenere un accesso diretto e indiscriminato al dispositivo.

La Commissione ha respinto la proposta, sostenendo che Cupertino fosse di fatto incapace di sviluppare una soluzione di interoperabilità realmente conforme e che chiedesse, nella sostanza, un’esenzione dagli obblighi del Digital Markets Act.

Il risultato lo conosciamo: Siri AI è arrivata su macOS e visionOS anche in Europa (per ora in beta), ma è rimasta bloccata su iPhone e iPad, con Craig Federighi che si è detto “profondamente dispiaciuto” per l’esclusione degli utenti europei.

Google ha fatto l’esatto contrario. Ha lanciato Gemini integrato in Android nell’Unione Europea senza aspettare un accordo preventivo con i regolatori, scegliendo di affrontare le eventuali conseguenze dopo, a lancio avvenuto.

Una strategia che qualcuno ha già ribattezzato, non senza ironia, “chiedere perdono invece che il permesso”. Il conto, ora, arriva puntuale: Google dovrà adeguarsi comunque, ma lo fa dopo aver già goduto per mesi di un vantaggio competitivo che i concorrenti non hanno mai avuto.

La differenza tra le due aziende, insomma, non sta negli obblighi (sono sostanzialmente identici), ma nel momento in cui hanno scelto di sottomettersi alle regole del gioco. E questo potrebbe pesare, anche a livello di immagine pubblica, molto più di quanto Google immagini.

Anche la ricerca si apre ai concorrenti

La seconda decisione riguarda Google Search, e qui il tema non è più l’accesso ad Android ma i dati di ricerca. Google dovrà condividere con i motori di ricerca concorrenti (inclusi i chatbot AI dotati di funzioni di ricerca) parte dei dati di query, click e ranking che oggi usa in esclusiva per migliorare il proprio motore.

La Commissione ha messo a punto un sistema di anonimizzazione multilivello, sviluppato con esperti interni ed esterni e allineato alle linee guida su DMA e GDPR elaborate insieme al Comitato Europeo per la Protezione dei Dati.

Google manterrà comunque la facoltà di verificare se la condivisione con un determinato soggetto comporti rischi seri per la sicurezza informatica o per la protezione dei dati, e le modalità di accesso potranno essere riviste in futuro in base a come evolve il mercato.

Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, la condivisione dei dati di ricerca dovrebbe partire da gennaio 2027, mentre gli utenti Android inizieranno a vedere gli effetti concreti delle nuove regole sull’interoperabilità degli assistenti AI a partire da luglio 2027.

Rispettare queste regole sarà davvero così semplice?

Qui si apre il capitolo più interessante, e anche il più controverso. Diversi analisti fanno notare che imporre un’interoperabilità uniforme su Android è molto più complicato che farlo su iOS, semplicemente perché l’ecosistema Android è frammentato: decine di produttori diversi, ciascuno con le proprie personalizzazioni, sensori, firmware e livelli hardware.

Garantire lo stesso comportamento di sicurezza su tutti questi dispositivi, per funzioni delicate come il rilevamento vocale multi-assistente o l’automazione cross-app, non è un problema che si risolve con un semplice aggiornamento software.

Le misure della Commissione provano ad affrontare il tema imponendo a Google la responsabilità di garantire la conformità su tutti i dispositivi Android, incluso quelli di produttori terzi, attraverso strumenti tecnici e contrattuali e API coerenti su tutte le versioni del sistema operativo. Non è detto che basti.

C’è poi un altro nodo, sollevato da diversi think tank del settore: gli obblighi di interoperabilità del DMA rischiano di entrare in rotta di collisione con un’altra normativa europea, il Cyber Resilience Act, che chiede alle stesse aziende di ridurre al minimo le superfici di attacco e di garantire prodotti sicuri già dalla progettazione.

Da un lato Bruxelles chiede di aprire le porte, dall’altro chiede di blindarle. Conciliare le due esigenze non sarà una passeggiata, né per Google né per i regolatori che dovranno valutare la conformità caso per caso.

Google, dal canto suo, ha già fatto sapere che intende continuare il dialogo con Bruxelles per trovare quello che definisce un “approccio equilibrato”, capace di raggiungere gli obiettivi del regolamento senza indebolire le protezioni offerte da Android.

Nel frattempo, però, le decisioni sono giuridicamente vincolanti: un eventuale ricorso in tribunale non sospende automaticamente l’obbligo di adeguarsi.

Non pensiamo che l’Europa sia semplicemente puntigliosa

C’è un tema importante che è connesso al tema dei controlli e dei limiti sulle nuove tecnologie: leggere i commenti online sulle decisioni dell’Europa rischia di essere una pratica deprimente, perché la stragrande maggioranza dei messaggi fa capire immediatamente come l’argomento sia ampiamente frainteso.

Conosciamo molto bene i sentimenti antieuropeisti che esistono ormai da molti anni in tutto il continente, in particolare nel nostro paese, ma questo approccio è profondamente sbagliato perché l’Europa in realtà rappresenta l’unico vero grande baluardo rispetto a quella che viene chiamata la tecnocrazia del futuro.

Abbiamo potuto verificare a più riprese come il governo americano sia completamente prono ai grandi gruppi tecnologici: non solo impedisce di porre qualunque tipo di argine alla crescita disordinata di queste entità, ma crea addirittura fronti di scontro con i paesi esteri che tentano di porre delle regole ed eventualmente di far pagare le tasse a questi giganti poco affezionati al fisco.

Ecco perché le azioni dell’Europa rappresentano un argine importante, il cui vantaggio finale è tutto dei cittadini, che forse per pigrizia, però, non hanno tanta voglia di approfittarne. Quanti di noi hanno installato Store alternativi su iPhone? Quanti di noi hanno scelto su un telefono Android un browser diverso da Google Chrome?

Si potrebbe pensare che, proprio perché gli utenti continuano ad utilizzare i servizi di Google, certi approcci delle autorità europee siano del tutto inutili, in realtà la libertà di scelta è un valore fondamentale e diventa davvero indispensabile imparare ad apprezzarlo ed utilizzarlo.


Cosa sappiamo e cosa non sappiamo

Cosa sappiamo:

  • Il 16 luglio 2026 la Commissione Europea ha adottato due decisioni vincolanti nei confronti di Google in base al Digital Markets Act.
  • Android dovrà garantire agli assistenti AI concorrenti lo stesso accesso a 11 funzionalità oggi riservate a Gemini, incluse attivazione vocale ed esecuzione di azioni dentro le app.
  • Google dovrà condividere con i motori di ricerca concorrenti, in forma anonimizzata, i dati di query, click e ranking di Google Search.
  • Le nuove regole sulla condivisione dei dati di ricerca dovrebbero partire da gennaio 2027, quelle sull’interoperabilità degli assistenti AI da luglio 2027.
  • Google ha già dichiarato l’intenzione di contestare la decisione, definendola un rischio per privacy e sicurezza degli utenti.

Cosa non sappiamo:

  • Quali requisiti tecnici minimi dovrà rispettare un assistente AI terzo per ottenere l’accesso alle funzioni di sistema di Android.
  • Chi sarà ritenuto responsabile in caso di violazione della sicurezza causata da un’AI di terze parti autorizzata.
  • Come si risolverà in pratica la tensione tra gli obblighi di interoperabilità del DMA e i requisiti di sicurezza del Cyber Resilience Act.
  • Se e come Google modificherà concretamente Android per conformarsi, dato che non ha ancora presentato un piano tecnico ufficiale.

FAQ

Da quando ChatGPT o Claude potranno funzionare come Gemini su Android?
Secondo le tempistiche riportate dalla stampa, gli effetti concreti delle nuove regole sull’interoperabilità degli assistenti AI dovrebbero farsi sentire a partire da luglio 2027, anche se la decisione della Commissione è vincolante fin da subito.

Perché Apple e Google hanno reagito in modo così diverso alla stessa richiesta europea?
Apple ha scelto di negoziare preventivamente con Bruxelles prima di lanciare Siri AI in Europa, finendo per bloccarne l’uscita su iPhone e iPad. Google ha invece lanciato Gemini su Android senza attendere un accordo, e ora deve adeguarsi con effetto retroattivo.

Questa decisione riguarda anche Google Search e non solo Android?
Sì. La seconda decisione della Commissione obbliga Google a condividere con i motori di ricerca concorrenti una parte dei dati anonimizzati che oggi usa in esclusiva per migliorare Google Search.

Google può fare ricorso contro questa decisione?
Sì, un ricorso è considerato molto probabile, ma non sospende automaticamente l’obbligo di adeguarsi alle nuove regole mentre la causa è in corso davanti ai tribunali europei.

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