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Il governo USA vuole una quota in OpenAI: ecco cosa sta succedendo

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Il governo degli Stati Uniti vuole una fetta di OpenAI. Non nel senso figurato di “controllo normativo” o “supervisione regolatoria”, ma proprio nel senso letterale: una partecipazione azionaria nella società che ha costruito ChatGPT e che oggi vale oltre 850 miliardi di dollari secondo le ultime stime dei mercati privati.

La notizia circola da qualche giorno e ha già trovato conferma da più fonti. Le discussioni tra funzionari di alto livello dell’amministrazione e alcune delle principali aziende di intelligenza artificiale sarebbero in corso da tempo, ma è solo nelle ultime ore che il quadro ha iniziato a prendere una forma più definita.

Trump ne ha parlato apertamente a bordo dell’Air Force One il 5 giugno 2026, descrivendo la possibilità che il pubblico americano diventi partner nelle aziende che sviluppano tecnologie di importanza strategica

L’idea viene da Altman, non da Washington

Sarebbe sbagliato leggere questa vicenda come un tentativo del governo di mettere le mani su una tecnologia privata. Secondo fonti dirette, è stato Sam Altman per primo a proporre l’idea all’amministrazione Trump nel corso del 2025, e da allora le conversazioni sono andate avanti in modo riservato.

Lo schema prevede che OpenAI ceda volontariamente quote azionarie al governo federale, con l’obiettivo di avviare quello che la società ha già chiamato “Public Wealth Fund”.

Il modello richiama da vicino quello dei fondi sovrani come il norvegese Government Pension Fund Global: così come la Norvegia ha trasformato i proventi del petrolio in ricchezza collettiva, il concetto è che l’intelligenza artificiale diventi il “petrolio” americano del XXI secolo, con i benefici distribuiti ai cittadini anziché concentrati nelle mani di fondatori e investitori early stage.

Nessun accordo firmato, molte variabili aperte

Prima di ogni entusiasmo, occorre mettere in chiaro una cosa: nessun termine ufficiale è stato ancora finalizzato, e il meccanismo legale per trasferire quote di una società privata al governo non è affatto scontato. Più fonti hanno precisato che la trattativa potrebbe anche non concretizzarsi.

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ChatGPT ha da poco raggiunto l’obiettivo di 1 miliardo di utenti mese (mistergadget.tech)

Non è noto quante azioni sarebbero coinvolte, né a quale valutazione verrebbero cedute. Per avere un termine di paragone: quando il governo americano è entrato nel capitale di Intel, ha investito quasi 9 miliardi di dollari per una quota del 10%. Con OpenAI valutata dieci volte di più, i numeri in gioco sarebbero di un ordine di grandezza completamente diverso.

Un precedente che non è più un’eccezione

Quel che rende questa vicenda significativa non è solo OpenAI in sé. Per decenni, il governo americano aveva evitato di acquisire partecipazioni in società private al di fuori di circostanze straordinarie.

Quella linea si è spostata significativamente nell’ultimo anno, con Washington sempre più coinvolta in settori considerati strategicamente rilevanti.

L’amministrazione Trump ha già acquisito quote dirette in almeno dieci aziende nel corso del secondo mandato, tra cui Intel, IBM, aziende del settore quantistico e minerali critici.

L’intelligenza artificiale sarebbe semplicemente l’ultimo capitolo di una strategia industriale che non ha molto di liberista, qualunque cosa dica la retorica ufficiale.

Il cortocircuito politico non è sfuggito agli osservatori più acuti: il fatto che sia Donald Trump che Bernie Sanders abbiano espresso interesse per una forma di proprietà pubblica sul capitale delle aziende di IA ha sollevato più di un sopracciglio.

Anthropic esclusa, OpenAI in pole position

Anthropic, l’altro grande laboratorio di ricerca sull’IA, non partecipa a queste discussioni. Anzi, i rapporti tra la società e l’amministrazione si sono deteriorati dopo che Trump ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso delle tecnologie di Anthropic, in seguito al rifiuto della società di mettere i propri sistemi a disposizione del Pentagono senza determinate garanzie di sicurezza.

OpenAI, nel frattempo, ha scelto la strada opposta. Dopo la firma di un ordine esecutivo che dà al governo la facoltà di esaminare i modelli di intelligenza artificiale prima del loro rilascio pubblico, la società ha comunicato che si atterrà alle disposizioni, accettando la revisione governativa dei propri modelli prima che arrivino agli utenti.

Cosa c’è in ballo con la IPO

C’è un elemento di calendario che rende tutto più urgente. OpenAI si sta preparando a una quotazione in borsa attesa entro la fine del 2026. Una partecipazione governativa acquisita adesso, a condizioni negoziate privatamente, potrebbe avere un valore molto diverso rispetto a quello che emergerebbe da una valutazione pubblica di mercato. Chi tratta oggi ha un vantaggio informativo e temporale non indifferente.

Tra le aziende potenzialmente coinvolte figurano anche SpaceX e altri grandi nomi del settore, alcune delle quali potrebbero essere quotate entro pochi mesi con valutazioni nell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari. Qualsiasi quota acquistata oggi, anche piccola, potrebbe valere cifre astronomiche in sede di IPO.

Il punto

Quello che sta succedendo intorno a OpenAI non è una storia di tecnologia nel senso tradizionale. È una storia su chi possiede il futuro e a quali condizioni. Il fatto che sia l’azienda stessa a offrire quote al governo, e non il contrario, dice qualcosa di interessante sul tipo di protezione e legittimazione che Sam Altman sta cercando per la sua creatura mentre si avvicina al momento più delicato della sua storia finanziaria.

Vedremo se si tratterà di un accordo concreto o di un’operazione di posizionamento politico. Per ora, le trattative continuano.

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