Le luci al LED sono sicure? Nessuno parla delle radiazioni e del codice di rischio riportato sulle confezioni - Mistergadget.tech
Da quando abbiamo iniziato a svitare le vecchie e calde lampadine a incandescenza per far posto ai diodi luminosi, ci siamo convinti di aver risolto il problema dell’efficienza energetica.
Ed è vero, i numeri non mentono: meno calore dissipato, bollette più leggere. Ma sotto la scocca di plastica e i circuiti integrati di queste luci moderne si nasconde una realtà fisica che raramente finisce nei manuali d’istruzioni. Il termine tecnico che fa tremare i puristi della luce è “radiazioni ottiche artificiali”. Non è fantascienza, è lo spettro visibile che decide di giocare sporco con la nostra retina.
Le luci al LED, specialmente quelle che virano verso il bianco freddo, possiedono un picco di emissione nella cosiddetta “luce blu”. Questa porzione dello spettro non è solo una scelta estetica da ufficio high-tech; è una radiazione che possiede un’energia sufficiente a penetrare fino al fondo dell’occhio, stimolando i fotorecettori in modi che l’evoluzione non aveva previsto per le ore serali.
Lampadine e luci al LED: cosa c’è dietro quei simboli che è giusto conoscere
Il Comitato Scientifico della Commissione Europea ha analizzato a fondo la questione, confermando che, sebbene per la popolazione generale i LED siano sicuri se usati correttamente, esiste una zona d’ombra per i soggetti più sensibili: bambini, anziani e chi soffre di patologie oculari.

C’è un dettaglio tecnico che spesso sfugge ai non addetti ai lavori: lo sfarfallio, o flicker. Molti LED di bassa qualità non emettono una luce continua, ma pulsano a frequenze altissime. Noi non lo vediamo, ma il nostro sistema nervoso sì. Mi capitò di parlare con un tecnico luci in un teatro di posa a Cologno Monzese; mi spiegò che alcuni modelli economici facevano impazzire le telecamere ad alta velocità, rivelando una danza frenetica di buio e luce che ai nostri occhi appariva come un fascio immobile e rassicurante. È quel rumore di fondo visivo che a fine giornata si traduce in una stanchezza mentale difficile da catalogare.
Sostituendo la luce solare e quella termica con radiazioni ottiche sbilanciate, abbiamo rotto il contratto millenario tra i nostri ritmi circadiani e l’ambiente. La luce LED non è “sbagliata”, è semplicemente troppo efficiente nel dirci che è sempre mezzogiorno, inibendo la melatonina anche quando fuori la luna è già alta.
Il rischio fotobiologico è un parametro reale, eppure sulla scatola della lampadina da tre euro al discount troviamo spesso solo i Lumen e i Watt. Nessuno ci parla dei gruppi di rischio (da 0 a 3) che classificano quanto quella sorgente possa danneggiare i tessuti oculari per esposizione diretta. Non è la tecnologia a essere pericolosa, è la nostra cieca fiducia nell’invisibile. Sebbene la maggior parte delle lampade domestiche rientri nel Gruppo 0 (esenti da rischio), l’uso massiccio di schermi e faretti puntati direttamente sul piano di lavoro crea un carico radiativo cumulativo che iniziamo a comprendere solo oggi.
Nello specifico, la norma DIN 62471 valuta la sicurezza fotobiologica di lampade e apparecchi di illuminazione (inclusi i LED) misurando i rischi per occhi e pelle da radiazioni ottiche (UV, luce visibile/blu, infrarossi)
- Classe 0: gruppo esente – nessun rischio
- Classe 1: gruppo di rischio 1 – rischio basso
- Classe 2: gruppo di rischio 2 – rischio medio
- Classe 3: gruppo di rischio 3 – rischio elevato
Il mercato è inondato di prodotti che promettono miracoli energetici, ma la qualità della luce è un’altra cosa. Passiamo la vita sotto una radiazione che ha la pretesa di essere perfetta, mentre è solo una sottile striscia di frequenze ottimizzate per il risparmio.