Indice
- L’accordo tra Apple e OpenAI è nato nel 2024
- OpenAI si aspettava molti più utenti
- Il problema sarebbe anche nel modo in cui Apple ha integrato ChatGPT
- ChatGPT non può utilizzare liberamente i dati provenienti da Siri
- OpenAI voleva un’esclusiva di due anni
- Apple ha scelto anche Gemini per la nuova Siri
- Perché l’effetto iPhone è stato più debole del previsto?
- La vicenda emerge da una causa antitrust
- Un accordo importante, ma diverso dalle aspettative
L’integrazione di ChatGPT in Siri avrebbe portato molti meno utenti del previsto a OpenAI. Ecco cosa emerge dai documenti della causa antitrust.
Quando Apple e OpenAI hanno annunciato l’integrazione di ChatGPT in Siri, l’operazione sembrava destinata a creare un’enorme spinta per il chatbot. Portare ChatGPT direttamente all’interno dell’ecosistema iPhone significava infatti mettere il servizio davanti a milioni di utenti già abituati a utilizzare Siri, con la possibilità di trasformare una semplice richiesta vocale in un’occasione per conoscere e utilizzare ChatGPT.
Secondo un documento depositato in tribunale da OpenAI, però, il risultato sarebbe stato molto diverso dalle aspettative iniziali. La società avrebbe registrato un numero di nuovi utenti provenienti dall’integrazione con Apple significativamente inferiore alle previsioni, tanto da descrivere ancora nel marzo 2026 la collaborazione come “persistently underperforming”, cioè costantemente al di sotto delle aspettative.
Le cifre precise sulle performance sono state oscurate nel documento giudiziario, ma il materiale permette comunque di ricostruire la storia dell’accordo, le aspettative di OpenAI e alcuni dei motivi per cui l’effetto dell’integrazione sarebbe stato più debole del previsto.
L’accordo tra Apple e OpenAI è nato nel 2024
La collaborazione tra Apple e OpenAI risale al maggio 2024, poche settimane prima della presentazione ufficiale di Apple Intelligence alla WWDC.
L’idea era quella di permettere ad Apple di utilizzare ChatGPT come servizio AI esterno all’interno delle proprie piattaforme. Siri avrebbe potuto riconoscere le richieste per le quali un modello generativo più avanzato sarebbe risultato utile e, in quei casi, affidare l’elaborazione a ChatGPT.
La funzione è diventata disponibile nel dicembre 2024, inserendo per la prima volta il chatbot di OpenAI direttamente all’interno dell’esperienza Apple Intelligence.
Per OpenAI l’operazione aveva un valore particolare. Non si trattava semplicemente di distribuire ChatGPT su un’altra piattaforma. L’obiettivo era sfruttare la visibilità garantita dall’integrazione con l’iPhone per raggiungere nuovi utenti che magari non avevano mai aperto l’app di ChatGPT.
L’aspettativa era quindi che l’associazione con Apple producesse un importante effetto indiretto sulla crescita del servizio.
OpenAI si aspettava molti più utenti
Già nel gennaio 2025, però, OpenAI avrebbe rivisto al ribasso le proprie previsioni sui nuovi utenti che sarebbero arrivati attraverso Apple.
Il problema non sarebbe stato soltanto il numero di persone che utilizzavano concretamente ChatGPT tramite Siri. Per OpenAI il valore della collaborazione dipendeva soprattutto dalla capacità di trasformare quell’esposizione in nuovi utenti ChatGPT e, successivamente, in abbonati.
L’integrazione con un prodotto diffuso come l’iPhone avrebbe dovuto creare quello che OpenAI definisce un possibile halo effect: la presenza di ChatGPT all’interno di Apple Intelligence avrebbe potuto aumentare la notorietà del servizio, spingere gli utenti a registrarsi e, in una fase successiva, convincerne una parte a sottoscrivere un abbonamento.
Secondo quanto emerge dal documento, però, questo effetto sarebbe stato molto più contenuto di quanto previsto. Nel marzo 2026 la situazione viene descritta internamente con un’espressione ancora più netta: “persistently underperforming”. Le cifre che quantificano il divario tra previsioni e risultati non sono state rese pubbliche perché oscurate nel deposito giudiziario.
Il problema sarebbe anche nel modo in cui Apple ha integrato ChatGPT
OpenAI attribuisce una parte del risultato anche alle modalità con cui Apple ha costruito l’integrazione. ChatGPT non viene attivato automaticamente come assistente principale dell’iPhone. L’utente deve prima abilitarne l’utilizzo e, successivamente, le richieste vengono gestite attraverso Siri e le modalità previste da Apple per l’inoltro verso un servizio AI esterno.
Dal punto di vista dell’esperienza utente, secondo la posizione espressa da OpenAI nel documento, questo percorso può risultare meno immediato rispetto all’apertura diretta dell’app ChatGPT.
Un utente che vuole utilizzare ChatGPT può infatti aprire direttamente l’applicazione, autenticarsi e interagire con il chatbot. Quando invece ChatGPT viene utilizzato attraverso Siri, entra in gioco un ulteriore livello di mediazione deciso da Apple.
L’integrazione, quindi, non equivale alla presenza di ChatGPT come assistente predefinito dell’iPhone. Siri rimane il punto di accesso e decide quando affidare una richiesta al servizio di OpenAI.
ChatGPT non può utilizzare liberamente i dati provenienti da Siri
C’è poi un altro elemento importante dell’accordo. Le interazioni generate attraverso Siri erano soggette a limitazioni sull’utilizzo dei dati. OpenAI non poteva sfruttare quelle conversazioni per raccogliere informazioni sugli utenti o per addestrare i propri modelli.
Questo significa che il valore della collaborazione non derivava dalla possibilità di trasformare le interazioni degli utenti Apple in una nuova fonte di dati per l’addestramento.
La partnership doveva quindi funzionare soprattutto come canale di distribuzione. Apple forniva l’accesso a un’enorme base di utenti attraverso il proprio ecosistema, mentre OpenAI poteva ottenere nuovi utenti ChatGPT e, potenzialmente, nuovi abbonati.
Se la conversione non raggiunge i livelli previsti, il valore commerciale dell’operazione diventa quindi necessariamente più limitato.
OpenAI voleva un’esclusiva di due anni
Un altro dettaglio interessante riguarda le condizioni contrattuali. OpenAI aveva inizialmente chiesto ad Apple un periodo di esclusiva reciproca della durata di due anni. La proposta non è stata accettata da Cupertino.
Questo ha lasciato ad Apple la possibilità di collaborare con altri fornitori di tecnologia AI oppure di sviluppare direttamente le proprie soluzioni senza essere vincolata a utilizzare esclusivamente ChatGPT. La differenza è diventata particolarmente importante con l’evoluzione successiva della strategia di Apple.
Apple ha scelto anche Gemini per la nuova Siri
Dopo l’accordo con OpenAI, Apple ha infatti avviato una collaborazione con Google per utilizzare Gemini e alcune delle tecnologie di Mountain View nello sviluppo della nuova generazione dei propri modelli e di alcune funzioni della nuova Siri, ma il rapporto con OpenAI non è terminato.
ChatGPT continua a essere integrato all’interno di Apple Intelligence, ma il chatbot non rappresenta l’unica strada attraverso la quale Apple può integrare tecnologia AI esterna.
Questo è coerente con la natura non esclusiva dell’accordo originario.
Per Apple significa poter costruire la propria strategia AI combinando tecnologie sviluppate internamente e soluzioni provenienti da partner differenti. Per OpenAI, invece, significa che la presenza all’interno dell’iPhone non si traduce automaticamente in una posizione dominante all’interno dell’esperienza AI di Apple.
Perché l’effetto iPhone è stato più debole del previsto?
Il punto centrale della vicenda è proprio questo. L’integrazione con Apple garantiva a ChatGPT una visibilità potenzialmente enorme, ma visibilità e utilizzo diretto non sono la stessa cosa. Essere disponibile attraverso Siri non significa che ogni utente iPhone utilizzi ChatGPT. Il servizio deve essere abilitato e viene richiamato attraverso le modalità stabilite da Apple. Inoltre, chi conosce già ChatGPT può continuare ad accedere direttamente all’applicazione.
Per OpenAI, quindi, il vero obiettivo non era semplicemente essere presente su milioni di iPhone. Era trasformare quella presenza in una crescita misurabile della base utenti e degli abbonamenti.
Secondo il documento giudiziario, questo passaggio non avrebbe prodotto i risultati inizialmente attesi. È importante però sottolineare che il documento non fornisce i numeri completi. Le cifre relative alle previsioni e ai risultati sono state oscurate. Possiamo quindi parlare del divario descritto da OpenAI, ma non quantificarlo con precisione sulla base del materiale disponibile.
La vicenda emerge da una causa antitrust
I dettagli sulla collaborazione sono diventati pubblici nell’ambito della causa antitrust avviata da X Corp e SpaceXAI contro Apple e OpenAI. Le accuse riguardavano anche l’accordo tra le due società, che secondo i ricorrenti avrebbe contribuito a limitare la concorrenza nel settore dell’intelligenza artificiale.
Apple è successivamente uscita dal procedimento dopo aver raggiunto un’intesa con X e SpaceXAI. La causa nei confronti di OpenAI, invece, è ancora in corso.
È proprio all’interno di questa documentazione giudiziaria che sono emersi i dettagli sulle aspettative originarie di OpenAI e sulla valutazione interna dell’andamento dell’integrazione con Siri.
Un accordo importante, ma diverso dalle aspettative
La storia dell’integrazione tra ChatGPT e Siri mostra quindi un aspetto interessante della distribuzione dei chatbot AI. A prima vista, portare ChatGPT all’interno di un ecosistema come quello dell’iPhone potrebbe sembrare sufficiente per generare una crescita enorme. In realtà, il percorso tra disponibilità del servizio, utilizzo effettivo, registrazione e abbonamento è molto più complesso.
Per OpenAI l’accordo con Apple aveva proprio questo obiettivo: utilizzare la distribuzione garantita da Apple per ampliare la propria base di utenti.
Secondo quanto dichiarato dalla stessa OpenAI nei documenti giudiziari, però, l’effetto sarebbe stato significativamente inferiore alle aspettative. L’integrazione rimane comunque attiva e ChatGPT continua a essere una delle tecnologie AI disponibili attraverso Apple Intelligence, mentre Apple ha nel frattempo ampliato la propria collaborazione con Google e Gemini.
La vera questione, quindi, non è tanto se ChatGPT sia arrivato sugli iPhone. È successo. Il punto è quanto quell’enorme bacino di utenti Apple sia riuscito effettivamente a trasformarsi in nuova utenza per OpenAI. E, almeno secondo la documentazione resa pubblica, è proprio su questo fronte che il cosiddetto “effetto iPhone” avrebbe deluso le aspettative iniziali.
