Indice
- Cos’è l’AI Contribution Pilot di Google
- Google sceglie un modello diverso dai grandi accordi con gli editori
- Quanto paga Google agli editori?
- Gli editori possono controllare i guadagni da Search Console
- Google sta coinvolgendo decine di editori
- Il problema del traffico resta
- I grandi editori potrebbero avere una posizione diversa
- Google sta quindi cambiando il rapporto tra AI e informazione
Google sperimenta l’AI Contribution Pilot, un programma che remunera gli editori quando i loro contenuti contribuiscono alle risposte di Gemini e AI Overview.
Per anni il rapporto tra motori di ricerca e editori si è basato su un meccanismo abbastanza semplice: Google indicizza gli articoli, li mostra nei risultati di ricerca e porta traffico ai siti che li hanno pubblicati.
Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, però, questo modello sta cambiando. Se un utente pone una domanda a Gemini e riceve direttamente una risposta costruita utilizzando informazioni provenienti da articoli giornalistici, il valore del clic verso il sito originale può diventare molto più limitato.
Google sta quindi sperimentando una soluzione che potrebbe cambiare ulteriormente questo rapporto: pagare gli editori quando i loro contenuti contribuiscono in modo significativo alla generazione delle risposte dell’AI.
Il programma si chiama AI Contribution Pilot e, almeno nella fase iniziale, coinvolge soprattutto editori piccoli e medi. Non si tratta ancora di un sistema definitivo e non è stato reso pubblico un meccanismo dettagliato per stabilire quanto venga pagato ogni contenuto. Secondo alcuni partecipanti, i compensi sarebbero comunque piuttosto contenuti.
Cos’è l’AI Contribution Pilot di Google
L’idea alla base del programma è relativamente semplice.
Google seleziona alcuni editori e propone loro di aderire a un programma di licenza dedicato ai contenuti utilizzati dall’intelligenza artificiale. Quando gli articoli contribuiscono in modo significativo alle risposte generate dai sistemi AI di Google, l’editore riceve un compenso.
Il progetto riguarda in particolare Gemini, AI Overviews e AI Mode, cioè alcune delle modalità attraverso cui Google sta integrando risposte generate dall’intelligenza artificiale all’interno della propria esperienza di ricerca. Il meccanismo è quindi diverso dal tradizionale posizionamento di una pagina nei risultati.
Nel modello classico, Google mostra un link e l’utente può decidere di aprirlo. Nel nuovo scenario, invece, una parte dell’informazione può essere elaborata direttamente dall’intelligenza artificiale e presentata all’utente all’interno della risposta.
Questo crea un problema economico per l’editoria: se l’utente ottiene l’informazione senza visitare il sito originale, il contenuto continua ad avere valore per Google e per il suo sistema AI, ma può generare meno traffico per l’editore.
Google sceglie un modello diverso dai grandi accordi con gli editori
Il programma arriva in un momento nel quale diverse aziende tecnologiche hanno scelto di stringere accordi di licenza con grandi gruppi editoriali.
Google, almeno secondo il materiale di partenza, ha seguito finora una strada diversa, evitando i grandi accordi a somma forfettaria adottati da altri operatori come OpenAI e da alcune importanti case editrici.
L’AI Contribution Pilot introduce invece un modello nel quale la remunerazione è legata all’effettivo contributo dei contenuti alle risposte generate dall’intelligenza artificiale.
Un accordo tradizionale può prevedere una cifra concordata per l’accesso o l’utilizzo di determinati contenuti. Nel programma pilota di Google, invece, l’idea è collegare il compenso al modo in cui quei contenuti vengono utilizzati all’interno dei prodotti AI.
Resta però uno dei principali punti interrogativi del progetto: Google non ha reso chiaro pubblicamente come venga calcolato l’importo corrisposto a ciascun editore.
Quanto paga Google agli editori?
È proprio questo uno degli aspetti più interessanti e meno definiti. Gli editori che hanno partecipato ai test hanno riferito che i compensi sarebbero relativamente bassi. Il programma è ancora in fase pilota e, di conseguenza, non esiste un listino pubblico che permetta di sapere quanto valga una singola citazione, un articolo utilizzato o una risposta generata.
Il modello sembra invece essere costruito per riconoscere il contributo complessivo dei contenuti all’interno dell’ecosistema AI.
Per gli editori più piccoli, anche un compenso contenuto può comunque rappresentare una nuova fonte di entrate ricorrenti. Per un sito che produce quotidianamente grandi quantità di contenuti, la prospettiva di ottenere un pagamento aggiuntivo dall’utilizzo degli articoli potrebbe assumere un peso maggiore nel tempo.
Rimane da capire quanto questi ricavi possano effettivamente compensare l’eventuale riduzione del traffico proveniente dalla ricerca tradizionale.
Gli editori possono controllare i guadagni da Search Console
Google ha previsto anche un sistema per permettere agli editori coinvolti di monitorare il programma. Dopo l’adesione al progetto, indicato attualmente come pilot, viene aggiunto un widget all’interno della dashboard di Google Search Console.
Da qui gli editori possono tenere sotto controllo i guadagni generati dal programma. La possibilità di monitorare direttamente i compensi è particolarmente importante perché permette agli editori di capire se l’utilizzo dei loro contenuti da parte dei sistemi AI sta producendo un ritorno economico concreto. Il programma non è inoltre obbligatorio: gli editori possono scegliere di abbandonarlo.
Google sta coinvolgendo decine di editori
Il test non sarebbe limitato a pochissime realtà. Google avrebbe contattato decine di operatori per partecipare alla sperimentazione, compresi soggetti che non appartengono esclusivamente al settore dell’informazione.
Alcuni partner hanno inoltre descritto il rapporto con Google come particolarmente collaborativo. La società avrebbe organizzato incontri periodici con gli editori coinvolti, anche con l’obiettivo di capire quali contenuti risultino più utili per i sistemi di intelligenza artificiale e, contemporaneamente, quali siano maggiormente apprezzati dai lettori.
È un elemento interessante perché suggerisce che il programma non venga considerato soltanto come un sistema di pagamento.
Google può ottenere informazioni sul funzionamento dei propri sistemi AI e sul tipo di contenuti che contribuisce maggiormente alle risposte. Gli editori, invece, possono acquisire una maggiore comprensione di come i propri articoli vengono utilizzati nella nuova esperienza di ricerca.
Il problema del traffico resta
Il pagamento per l’utilizzo dei contenuti non risolve però automaticamente una delle principali preoccupazioni dell’editoria digitale: il traffico.
Se un utente cerca una notizia e Google gli mostra direttamente una risposta generata da Gemini o da AI Overview, potrebbe non avere più la necessità di visitare il sito che ha pubblicato l’informazione originale.
Per un editore, questo significa potenzialmente perdere una visita, una visualizzazione pubblicitaria, un’iscrizione o la possibilità di trasformare quel lettore in un utente abituale.
Il compenso ricevuto da Google dovrebbe quindi essere valutato anche in relazione a ciò che l’editore potrebbe perdere sul fronte del traffico.
È una delle grandi questioni aperte dell’era della ricerca generativa: quanto vale per un editore essere utilizzato come fonte da un’intelligenza artificiale se l’utente non arriva più sul sito?
I grandi editori potrebbero avere una posizione diversa
Il modello potrebbe inoltre evolversi in modo differente per piccoli e grandi editori. Un editore di dimensioni ridotte potrebbe avere interesse ad accettare un sistema di pagamento ricorrente, soprattutto se non dispone della forza contrattuale necessaria per negoziare autonomamente un grande accordo con Google.
I gruppi editoriali più importanti, invece, potrebbero avere maggiore capacità negoziale e puntare a condizioni economiche differenti.
È quindi possibile che il programma pilota rappresenti soltanto una delle possibili modalità attraverso le quali Google potrebbe remunerare i contenuti utilizzati dai propri sistemi AI.
La sperimentazione dovrà chiarire proprio questo aspetto: se il modello basato sul contributo effettivo sarà sufficiente oppure se, per gli editori più grandi, continueranno a essere necessari accordi di licenza separati.
Google sta quindi cambiando il rapporto tra AI e informazione
L’AI Contribution Pilot rappresenta un passaggio importante perché riconosce implicitamente un problema che sta diventando sempre più centrale. I modelli generativi hanno bisogno di informazioni di qualità per produrre risposte accurate. Il giornalismo, a sua volta, richiede investimenti per produrre quelle informazioni.
Il modello tradizionale del Web faceva incontrare queste due esigenze attraverso il traffico: Google mostrava i contenuti, gli utenti cliccavano e gli editori monetizzavano quelle visite.
Con l’intelligenza artificiale generativa il percorso si sta accorciando. La risposta può essere prodotta direttamente dall’AI, mentre la fonte rimane sullo sfondo.
Il pagamento diretto agli editori rappresenta quindi un possibile nuovo equilibrio: Google utilizza i contenuti per costruire risposte AI e riconosce economicamente il contributo degli editori.
Per ora, però, il sistema è ancora sperimentale. Non sappiamo quanto diventeranno significativi i compensi, quali saranno i criteri definitivi e soprattutto se le entrate potranno compensare eventuali perdite di traffico. La vera partita si giocherà proprio qui. Perché il futuro dell’informazione online potrebbe dipendere non soltanto da quanto Google mostra un articolo, ma da quanto vale quell’articolo quando viene utilizzato senza essere necessariamente visitato.
