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Sempre più giovani non riescono a fare a meno di ChatGPT: ecco perché

ChatGPT pensa al posto tuo La ricerca sui giovani che fa discutere

Uno studio condotto su 45 giovani analizza il rapporto con ChatGPT e il legame tra uso intenso, insicurezza, solitudine e dipendenza cognitiva.

Un uso sempre più intenso di ChatGPT potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di un semplice aiuto quotidiano. Secondo una ricerca pubblicata su Applied Cognitive Psychology, tra i giovani che utilizzano frequentemente l’intelligenza artificiale emergono infatti insicurezza, solitudine e una crescente difficoltà a fare affidamento sulle proprie capacità.

Lo studio è stato realizzato in Francia da Zeineb Farhat dell’ISC Paris e ha coinvolto 45 persone tra i 18 e i 25 anni che utilizzano ChatGPT con grande frequenza. L’obiettivo era capire quale impatto possa avere un rapporto particolarmente intenso con il chatbot sulla vita quotidiana, dal modo di ragionare fino alle relazioni con le altre persone.

Il problema del “cognitive offloading”

Uno degli aspetti centrali analizzati dalla ricerca è il cosiddetto “cognitive offloading”, cioè il trasferimento di parte del lavoro mentale a uno strumento esterno.

Nel caso di ChatGPT il meccanismo è abbastanza semplice: invece di cercare autonomamente una soluzione, ricordare un’informazione o elaborare un ragionamento, l’utente può chiedere immediatamente aiuto all’intelligenza artificiale.

Secondo quanto emerge dalle testimonianze raccolte, questo comportamento può diventare problematico quando si trasforma in una vera e propria abitudine. Alcuni partecipanti hanno infatti raccontato di fare più fatica a ragionare autonomamente, mentre altri hanno segnalato una riduzione della capacità di concentrazione.

Il ragionamento alla base è quasi automatico: se la risposta è sempre disponibile, perché impegnarsi a ricordare ogni informazione o arrivare da soli alla soluzione?

Il rischio, secondo la ricerca, è che ChatGPT passi quindi da semplice strumento di supporto a una sorta di stampella cognitiva, utilizzata anche quando non sarebbe realmente necessaria.

Quando ChatGPT diventa un rifugio

L’aspetto più delicato riguarda però la dimensione personale. Alcuni dei giovani coinvolti nello studio hanno raccontato di preferire parlare con ChatGPT piuttosto che con amici, insegnanti o colleghi. Non si tratta necessariamente di una scelta legata alla qualità delle risposte, ma anche alla maggiore facilità con cui è possibile interagire con un sistema che non giudica e che risponde in qualsiasi momento.

Qui entrano in gioco insicurezza e paura del giudizio altrui. Per alcune persone, rivolgersi a un chatbot può risultare più semplice che affrontare una conversazione reale, soprattutto quando si teme di essere criticati o di non essere compresi.

Con il tempo, però, questo comportamento potrebbe contribuire a un maggiore distacco dalle relazioni umane. In alcuni casi, infatti, ChatGPT viene descritto quasi come un rifugio, uno spazio nel quale esprimersi senza dover affrontare le difficoltà tipiche dei rapporti con altre persone.

Non significa che ChatGPT sia sempre un problema

La ricerca invita però a non arrivare a conclusioni troppo semplicistiche. Non tutti gli utenti utilizzano ChatGPT nello stesso modo e il rapporto con l’intelligenza artificiale può assumere forme molto diverse.

Chi utilizza il chatbot per sviluppare idee, organizzare il lavoro o fare brainstorming mantiene un approccio molto differente rispetto a chi delega sistematicamente all’AI il ragionamento, la memoria o persino le conversazioni personali.

Lo stesso studio sottolinea inoltre un limite importante: 45 partecipanti sono un campione molto ridotto e non permettono di stabilire quali siano gli effetti dell’utilizzo intensivo di ChatGPT sulla popolazione generale.

Il risultato più interessante, quindi, non è tanto l’idea che ChatGPT renda automaticamente dipendenti, quanto il fatto che alcune modalità di utilizzo possono essere associate a vulnerabilità già presenti, come insicurezza, solitudine e timore del giudizio.

La vera questione potrebbe dunque non essere quanto utilizziamo l’intelligenza artificiale, ma quanto siamo ancora capaci di farne a meno quando dovremmo ragionare, scegliere o relazionarci autonomamente.

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