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Fine delle spedizioni “quasi gratis” dall’estero? Ecco cosa succede ora

Arriva la tassa sui pacchi provenienti dall'estero

Il tema dei piccoli pacchi provenienti da fuori Unione europea entra in una fase decisiva e, come spesso accade quando si parla di fiscalità e dogane, la situazione si complica tra rinvii nazionali e misure europee già pronte a partire. Il governo italiano ha infatti deciso di rinviare l’entrata in vigore della tassa nazionale da 2 euro, inizialmente prevista per luglio, spostandola all’1 ottobre. Una mossa che evita, almeno per ora, la sovrapposizione con la nuova misura comunitaria.

Nel frattempo però, dall’1 luglio cambia comunque lo scenario europeo: entra in vigore un dazio forfettario da 3 euro per ogni spedizione extra UE di valore inferiore ai 150 euro. In altre parole, il sistema di importazioni a basso costo che ha alimentato negli ultimi anni il boom dell’e-commerce internazionale non sarà più lo stesso.

Due sistemi che si incrociano: Roma frena, Bruxelles accelera

La decisione del Consiglio dei ministri arriva in un contesto in cui l’Unione europea sta portando avanti una riforma doganale molto più ampia, destinata a completarsi nel 2028 con l’introduzione di un sistema informatico unico per la gestione dei flussi commerciali.

Il punto chiave è semplice ma impattante: la tassa europea da 3 euro si applicherà a tutte le spedizioni extra UE sotto i 150 euro, eliminando di fatto una franchigia doganale storica che risaliva al 1992 e che, fino a oggi, consentiva l’ingresso di milioni di piccoli pacchi senza dazi.

La scelta italiana di rinviare la tassa nazionale da 2 euro serve quindi a evitare un effetto “doppio prelievo” che avrebbe portato il costo aggiuntivo totale a 5 euro per spedizione, senza considerare l’IVA.

Perché Bruxelles ha deciso di intervenire proprio ora

Dietro questa stretta non c’è solo una questione fiscale. La Commissione europea punta a rispondere a un fenomeno diventato strutturale: la crescita esplosiva dell’e-commerce extra UE, in particolare proveniente dalla Cina.

I numeri citati nelle analisi europee sono piuttosto chiari. Nel solo 2024 sono arrivati nel mercato unico circa 4,6 miliardi di piccoli pacchi, con una quota dominante proveniente dal mercato cinese. Un volume che, secondo le istituzioni comunitarie, è raddoppiato anno dopo anno dal 2022, mettendo sotto pressione non solo i sistemi doganali, ma anche la concorrenza interna europea.

La nuova tassa viene quindi giustificata con tre obiettivi principali: aggiornare regole considerate ormai obsolete, rafforzare i controlli sulle merci in ingresso e riequilibrare la competizione tra aziende europee e piattaforme extraeuropee che operano con modelli di prezzo estremamente aggressivi.

Il nodo della doppia imposizione e la scelta del governo italiano

Il governo italiano, nel frattempo, ha scelto una linea prudente. L’idea iniziale di introdurre una tassa nazionale da 2 euro si è scontrata con il nuovo quadro europeo, rendendo necessario un ripensamento.

Il rischio era quello di creare un sistema cumulativo poco sostenibile: 3 euro di prelievo europeo, 2 euro di tassa nazionale e IVA applicata sul valore della merce. Un meccanismo che, secondo diverse associazioni di categoria, avrebbe potuto incidere in modo significativo soprattutto sugli acquisti di basso valore, tipici delle piattaforme di e-commerce internazionale.

Per questo motivo la misura italiana è stata sospesa fino all’autunno, con l’obiettivo di allinearla alla futura “handling fee” europea prevista entro novembre.

Il rischio degli hub alternativi

Il settore della logistica osserva con attenzione questa evoluzione, e non senza preoccupazioni. Le principali associazioni di categoria avevano infatti sollevato il rischio di una possibile delocalizzazione dei flussi di sdoganamento verso altri Paesi europei.

In scenari estremi, infatti, i grandi operatori potrebbero scegliere di far arrivare le merci in hub logistici più convenienti come Germania, Belgio o Paesi Bassi, per poi ridistribuirle in Italia via camion. Un sistema che ridurrebbe il traffico diretto negli aeroporti italiani e, soprattutto, potrebbe abbassare il livello di controllo doganale effettivo sulle merci in ingresso.

Secondo alcune stime, uno spostamento anche parziale dei flussi potrebbe incidere in modo significativo sugli introiti previsti, oltre che sull’equilibrio competitivo tra i diversi hub europei.

Le stime economiche

Le valutazioni tecniche mostrano uno scenario tutt’altro che lineare. Da un lato, la tassa italiana avrebbe potuto garantire oltre 120 milioni di euro di gettito annuo a regime, con una crescita progressiva fino a circa 245 milioni negli anni successivi.

Dall’altro, le simulazioni evidenziano un rischio concreto di riduzione dei traffici fino al 50% nel caso in cui l’Italia fosse risultata meno competitiva rispetto ad altri Paesi europei.

In uno scenario alternativo, senza tassa nazionale ma con applicazione del solo prelievo europeo, il sistema potrebbe mantenere un volume più stabile, generando comunque entrate per lo Stato attraverso la quota di dazi condivisi a livello UE, pur con cifre inferiori rispetto alle stime più ottimistiche. Il punto critico, secondo gli analisti, non è solo quanto si incassa, ma come si distribuiscono i flussi logistici all’interno del mercato unico.

Dal 1° luglio, quindi, cambia già il quadro europeo con l’introduzione del dazio forfettario da 3 euro. La tassa italiana resta invece in sospeso fino a ottobre, in attesa di un allineamento definitivo con il sistema comunitario.

Nel frattempo, l’intero settore dell’e-commerce cross-border entra in una fase di transizione, con possibili ripercussioni sui prezzi finali, sui tempi di consegna e sulla strategia dei grandi marketplace internazionali.

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