Videogiochi

Xbox è pronta a copiare il peggio di PlayStation: una scelta crudele ma spaventosamente logica

Ritratto di una dirigente accanto al logo Xbox su sfondo verde.

La divisione gaming di Microsoft archivia l’era di Phil Spencer e punta tutto sull’analisi dei dati e sui profitti, dicendo addio alla creatività in favore delle grandi saghe storiche. Un cambio di rotta drastico che fa discutere, ma che riflette la dura realtà del mercato.

Perché inventarsi una strategia complessa e rischiosa, quando basta semplicemente seguire la strada già tracciata dall’industria videoludica da diversi anni? Parliamo di quella tendenza, ormai consolidata, che spinge a puntare tutto sulle grandissime licenze (le cosiddette IP storiche), mettendo in secondo piano le idee originali e le produzioni a medio budget.

Sotto la nuova guida di Asha Sharma, il marchio Xbox vuole tornare a scriversi a caratteri cubitali, ma la sua propensione al rischio creativo sarà, al contrario, minuscola.

Questa non è solo una cronaca di mercato, ma un vero e proprio editoriale. Una riflessione su come l’industria stia cambiando pelle, sacrificando l’arte sull’altare dei bilanci.

Profondo rosso in casa Xbox: serve un “reset”

Fin dal periodo post-pandemia, oltre alla crisi sanitaria, abbiamo imparato a conoscere un’altra crisi molto profonda: quella del mondo dei videogiochi. Sbandierata dai giganti del settore per giustificare ondate di licenziamenti di massa (che hanno colpito decine di migliaia di sviluppatori tra il 2023 e il 2025), questa crisi è figlia di una crescita fisiologica che si è bruscamente arrestata, schiacciata dall’aumento spropositato dei costi di sviluppo e dall’inflazione.

Tuttavia, giustificare i passi falsi di Microsoft dando la colpa esclusivamente al mercato globale del divertimento sarebbe troppo semplicistico. La verità è un’altra.

Le scelte strategiche prese dai vertici di Xbox negli ultimi anni non hanno portato a quei profitti che il colosso di Redmond si aspettava di incassare, specialmente dopo acquisizioni faraoniche come quella di Activision Blizzard King per quasi 69 miliardi di dollari.

I numeri, svelati di recente dalla nuova leader Asha Sharma, parlano chiaro: un margine di profitto di appena il 3% per l’anno fiscale che si chiuderà il 30 giugno 2026, accompagnato da un fatturato annuo in calo di mezzo miliardo di dollari. È proprio questo dato allarmante ad essere usato come scudo per giustificare le “decisioni difficili” che ci attendono.

Che a parlare sia il CEO di Microsoft Satya Nadella, la neo-dirigente Asha Sharma o il responsabile delle strategie Matthew Ball, la musica è sempre la stessa. Frasi come “Non possiamo più continuare cos씓dobbiamo procedere in modo economicamente sostenibile”“riparare Xbox” e “riorganizzazione aziendale” rimbombano nei corridoi come i colpi di un fucile d’assalto in Halo.

Xbox sta per rivedere completamente la sua struttura. E questa volta, l’unica bussola da seguire sarà quella del profitto.

Le tre grandi illusioni di Phil Spencer

Certo, si potrebbe facilmente obiettare che il profitto è il motore immobile di ogni multinazionale. Ma vi ricordate chi disse, non molto tempo fa, “Siamo responsabili di fronte a Microsoft della buona gestione del nostro business… e questo significa che dobbiamo fare dei compromessi”? Fu proprio Phil Spencer, durante un podcast ufficiale del brand.

Il problema della redditività in casa Xbox era noto da tempo. L’ex volto simbolo del marchio pensava di poter risolvere la questione dei margini aumentando del 50% il prezzo dell’abbonamento Xbox Game Pass Ultimate. Una mossa disperata che, stando a chi ha preso il suo posto, si è rivelata un mezzo buco nell’acqua. Anche la tanto discussa apertura verso il multipiattaforma (portando storiche esclusive su PS5 e Nintendo), pensata per garantire la sopravvivenza del brand “per i prossimi 20 anni”, non ha generato i dividendi sperati.

Phil Spencer, il giocatore appassionato, il veterano di Microsoft che in passato aveva salvato Xbox dal baratro dell’era Xbox One, non è riuscito a imporre la sua visione utopica del gaming.

Due dirigenti Xbox sorridono su un palco con scenografia verde dedicata al brand gaming di Microsoft.
L’era più comunicativa e “player friendly” di Xbox sembra lasciare spazio a una strategia più fredda, pragmatica e focalizzata sui grandi franchise. (mistergadget.tech)

Il Game Pass è un innegabile successo commerciale, ma non è mai riuscito a imporsi nelle case di tutto il mondo con la stessa prepotenza con cui Netflix ha dominato lo streaming video. Inoltre, la sua lodevole voglia di creare piattaforme aperte e abbattere il muro delle esclusive ha avuto un effetto collaterale pesante: ha rallentato drasticamente la vendita fisica delle console Xbox Series X e S.

Infine, la sua “febbre da shopping” compulsivo, che lo ha portato a comprare decine di studi di sviluppo e interi publisher, ha fatto venire un forte mal di testa alla direttrice finanziaria di Microsoft, Amy Hood. Ed è proprio lei che oggi sta bussando alla porta della divisione gaming. Alla guida di un bulldozer.

La nuova strategia: basta sogni, si guarda ai dati

“Abbiamo comprato mezza industria videoludica, perché i risultati non decollano?”, si sarà chiesta Amy Hood. Quello che è successo dopo è storia recente e non sorprende affatto.

Il duo composto da Phil Spencer e Sarah Bond ha abbandonato la nave. Oggi il timone è nelle mani di Asha Sharma, affiancata da Matt Booty, che potremmo quasi definire un “sopravvissuto” della vecchia guardia.

Booty ha un asso nella manica molto apprezzato dai piani alti, nonostante un curriculum che molti fan criticano: quasi vent’anni fa, quando era a capo di Midway Games, tagliò la forza lavoro globale di oltre il 25% per risparmiare decine di milioni di dollari. Insomma, sa benissimo come alleggerire la zavorra quando la mongolfiera perde quota.

Per Xbox, la ricreazione non è finita oggi. La campanella era già suonata due anni fa, quando l’azienda ha ricominciato a chiudere studi storici e amati dal pubblico (basti pensare al dramma di Arkane Austin e Tango Gameworks nel 2024), a licenziare talenti, a cancellare progetti e a portare sempre più giochi su PlayStation.

Oggi, però, il cortile della ricreazione verrà letteralmente raso al suolo per costruirci sopra un ufficio contabilità. Al posto dei poster dei videogiochi, sui muri ci saranno grafici e tabelle Excel. Mentre i giocatori continuano a chiedere di “proteggere l’arte” e a esaltare i creatori rispetto ai manager, i contabili hanno ormai preso il controllo totale del tempio.

Basta guardare le nuove assunzioni per capire che il pragmatismo estremo guiderà ogni futura mossa. Asha Sharma, che ha un background forte nell’Intelligenza Artificiale, si è circondata di ex dirigenti di CoreAI come Jared Palmer, salutando veterani dell’industria come Craig Duncan o Louise O’Connor.

Ma la vera star del nuovo corso è Matthew Ball, analista di fama mondiale diventato il nuovo Direttore della Strategia del brand. Il suo compito? Basare ogni singola scelta sui big data, ignorando le “visioni” o le “credenze” creative. Il quadro, ora, è decisamente chiaro.

Copiare PlayStation, nel bene e nel male

Tutti i segnali indicano che la Xbox del domani sarà profondamente allergica al rischio. Un controsenso, se pensiamo che creare videogiochi richiede, per natura, una sana dose di coraggio. Ma questa filosofia non è nuova. Colossi come Electronic Arts o Ubisoft ammettono da anni di volersi rifugiare nei “porti sicuri” delle loro saghe più famose durante i periodi di burrasca economica.

Persino l’acerrima rivale PlayStation ha fatto esattamente la stessa cosa. Hiroki Totoki (CFO di Sony diventato poi CEO del gruppo) ha spiegato chiaramente come l’azienda giapponese dovesse ottimizzare gli investimenti. Il risultato? Chiusure dolorose e storiche come quelle di Japan Studio, PixelOpus, London Studio e, in tempi più recenti, la fine di Firewalk Studios (dopo il disastroso lancio di Concord) e Bluepoint Games.

Proprio dopo il monumentale flop di Concord su PS5, il capo dei PlayStation Studios Hermen Hulst ha imposto regole di validazione severissime per i team interni, al fine di “limitare i danni”. PlayStation ha deciso di mungere fino all’ultima goccia le sue vecchie licenze di successo.

Scena d’azione da uno sparatutto Xbox con soldati armati impegnati in un combattimento tra fumo ed esplosioni.
Il futuro di Xbox potrebbe concentrarsi sempre di più sulle saghe storiche e sulle produzioni ad alto rendimento, riducendo lo spazio per i progetti più sperimentali. (mistergadget.tech)

Ed è esattamente lo stesso spartito che sta suonando Matthew Ball per Microsoft. In una recente intervista a Bloomberg, Ball ha dichiarato che Xbox “investirà in modo massiccio nei suoi grandi franchise, riducendo i fondi per le produzioni di nicchia”. Stiamo assistendo al grande ritorno delle esclusive assolute? Forse. Dopotutto, Sony e Nintendo dimostrano da decenni che essere conservatori, alla fine, paga sempre. E il Game Pass? Probabilmente subirà presto una profonda mutazione strutturale.

Quella meravigliosa “libertà creativa” che Phil Spencer ha venduto per anni alla stampa e ai suoi team — e che lo stesso Matt Booty definiva “una scintilla capace di creare capolavori” — sembra morta e sepolta.

La strada intrapresa da Sony da tempo (meno giochi “Doppia A” originali, zero rischi, valanghe di Remake, Remastered e sequel di saghe collaudate) sta per essere adottata in toto anche dal colosso americano. Se sia un bene o un male, solo i bilanci del futuro potranno dirlo.

Secondo le ultime indiscrezioni di testate autorevoli come Bloomberg e The Vergediversi studi interni di Xbox noti per le loro produzioni autoriali sono attualmente a rischio chiusura. I nomi fanno tremare i polsi: si parla di Double Fine (nonostante l’uscita del loro ultimo progetto Keeper nel 2025), Ninja Theory e Compulsion Games.

Questi rumor hanno scatenato, giustamente, l’indignazione del web. Nessuno vuole vedere chiudere software house piene di talento. Ma nei freddi server di Microsoft, così come in quelli di ogni multinazionale quotata in borsa, queste decisioni rispondono unicamente a una logica economica implacabile e glaciale.

Insomma, un Reset totale al posto della schermata di Game Over. Resta solo da chiedersi quante “vite extra” siano rimaste a Xbox prima che i giocatori, delusi per l’ennesima volta, decidano di lanciare definitivamente il controller sul pavimento.

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