Google Traduttore diventerà un chatbot? (mistergadget.tech)
Google Traduttore in modalità avanzata può essere “convinto” a rispondere come un chatbot tramite prompt injection. Ecco cosa succede e perché.
Un traduttore che inizia a parlare di sé, a spiegare il proprio scopo e a rispondere a domande esistenziali non è esattamente quello che ci si aspetta quando si apre un’app per tradurre una frase. Eppure è quello che sta succedendo con la modalità avanzata di Google Traduttore, che alcuni utenti sono riusciti a trasformare — almeno temporaneamente — in qualcosa di molto simile a Gemini.
Il meccanismo non è magia, ma una tecnica ben nota nel mondo dell’intelligenza artificiale: la cosiddetta prompt injection. In pratica, si sfrutta il modo in cui un modello linguistico interpreta le istruzioni per fargli fare qualcosa che non dovrebbe fare.
Google Traduttore: quando il traduttore inizia a “conversare”
La scoperta è partita da alcuni post sui social, dove utenti hanno mostrato schermate in cui Google Traduttore, invece di limitarsi a tradurre il testo inserito, rispondeva direttamente a domande come “Qual è il tuo scopo?” o “Chi sei?”.
Il trucco è sottile ma efficace: la domanda viene inserita nella lingua di destinazione, affiancata a un testo da tradurre in un’altra lingua. Il sistema, che nella modalità avanzata utilizza un modello linguistico di grandi dimensioni (LLM), deve prima comprendere il contenuto per poterlo tradurre in modo “naturale”. Ed è proprio in questa fase che può confondere il testo da tradurre con un’istruzione a cui rispondere.
Il risultato? Invece di produrre una traduzione, il sistema si comporta come un chatbot e fornisce una risposta diretta. In alcuni casi, è arrivato persino ad ammettere di essere un modello linguistico addestrato da Google.
Il ruolo della modalità avanzata
È fondamentale chiarire un punto: questo comportamento si verifica esclusivamente con la modalità avanzata attiva. Si tratta di una funzione sperimentale introdotta nei mesi scorsi in mercati selezionati (non ancora in Italia), che integra le capacità di un modello AI per rendere le traduzioni più naturali, contestuali e sensibili a slang o modi di dire.
La differenza rispetto alla modalità classica è sostanziale. Il traduttore tradizionale segue una pipeline più rigida: input → elaborazione → output. La modalità avanzata, invece, utilizza un LLM che interpreta il testo in modo più flessibile, con una logica molto più simile a quella di un assistente conversazionale. Ed è proprio questa flessibilità a renderlo vulnerabile alla prompt injection.
Prompt injection: quando il modello non distingue più
Dal punto di vista tecnico, il problema è semplice da descrivere ma complesso da risolvere. Per tradurre bene, il modello deve “capire” il testo. Ma se non riesce a distinguere chiaramente tra contenuto e istruzioni, può finire per eseguire ciò che legge invece di tradurlo.
Un’analisi pubblicata su LessWrong ha definito il caso come un classico esempio di prompt injection: il modello non è in grado di separare il comando implicito (“traduci questo”) da un comando alternativo nascosto nel testo stesso.
Non si tratta di un attacco nel senso tradizionale del termine, né di un furto di dati. È piuttosto una dimostrazione dei limiti strutturali dei modelli linguistici quando vengono inseriti in contesti per cui non sono stati progettati primariamente come chatbot.
Un errore o un’anticipazione del futuro?
La domanda interessante non è tanto se Google correggerà il comportamento — cosa probabile — ma cosa questo episodio racconti sull’evoluzione dei servizi AI.
Sempre più applicazioni “verticali” stanno integrando modelli conversazionali sotto il cofano. Un traduttore, un motore di ricerca, un’app meteo: tutti diventano potenzialmente interfacce intelligenti capaci di comprendere e rispondere. Il confine tra funzione specifica e assistente generalista si assottiglia.
Nel caso di Google Traduttore, l’obiettivo ufficiale resta quello di migliorare la qualità delle traduzioni. Ma il fatto che, con le parole giuste, possa trasformarsi in un chatbot dimostra quanto la tecnologia sottostante sia ormai la stessa.
Al momento BigG non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla vicenda. È probabile che intervenga per limitare il comportamento e rafforzare i filtri tra input da tradurre e istruzioni da ignorare. Nel frattempo, l’episodio offre uno spunto interessante: quando si mette un modello conversazionale al centro di tutto, prima o poi inizia a comportarsi come tale. Anche se, ufficialmente, dovrebbe solo tradurre.