Indice
- Cos’è Muse e perché assomiglia a OpenClaw
- La risposta di Meta: Muse è stato sviluppato da zero
- Il file SOUL.md diventa il simbolo della vicenda
- Somiglianza non significa automaticamente copia del codice
- OpenClaw potrebbe aver influenzato il futuro degli agenti AI
- Meta non è l’unica a puntare sugli agenti personali
- Muse sembra comunque aver trovato rapidamente il pubblico
- La vera domanda non è solo se Meta abbia copiato OpenClaw
Meta Muse presenta somiglianze con OpenClaw, anche nei file di configurazione. Meta nega la copia ma ammette l’ispirazione: ecco cosa sappiamo.
Il mercato degli assistenti AI sta entrando in una nuova fase. Dopo la prima generazione di chatbot capaci soprattutto di rispondere alle domande degli utenti, l’attenzione si sta spostando verso gli agenti AI, sistemi progettati per ricordare preferenze, seguire istruzioni persistenti e svolgere autonomamente attività attraverso diversi servizi.
È proprio in questo scenario che si inserisce Muse, il nuovo assistente AI di Meta. E proprio Muse è finito al centro di una discussione piuttosto particolare: alcuni utenti hanno infatti individuato nel suo ambiente di lavoro elementi che ricordano da vicino OpenClaw, arrivando a chiedersi se Meta abbia sostanzialmente copiato il progetto.
La questione, però, è più complessa di quanto possa sembrare. Le somiglianze sono state notate anche nei nomi dei file di configurazione e in alcune istruzioni, ma il responsabile di prodotto dei Superintelligence Labs di Meta, Nat Friedman, sostiene che Muse sia stato sviluppato da zero. Allo stesso tempo, però, ammette che OpenClaw abbia rappresentato una fonte d’ispirazione importante.
Cos’è Muse e perché assomiglia a OpenClaw
Per capire la vicenda bisogna partire dal modo in cui sono costruiti i nuovi assistenti personali. Un agente AI non deve soltanto essere in grado di generare una risposta. Deve anche mantenere un contesto, ricordare determinate preferenze dell’utente, rispettare istruzioni definite in precedenza e mantenere un comportamento coerente nel tempo.
Per farlo, i sistemi possono utilizzare file o altri strumenti di configurazione che definiscono aspetti dell’agente. Ed è proprio qui che alcuni utenti hanno trovato le somiglianze più evidenti tra Muse e OpenClaw.
All’interno dello spazio di lavoro di Muse sono comparsi infatti nomi di file già associati a OpenClaw. Tra questi c’è SOUL.md, un file utilizzato per descrivere la personalità dell’agente, il tono con cui deve comunicare e alcune delle sue regole di comportamento.
Il dettaglio interessante è che, secondo i confronti pubblicati online e riportati dalla fonte, non ci sarebbero soltanto analogie nei nomi. Anche parte del contenuto delle istruzioni risulterebbe molto simile.
È questo elemento ad aver alimentato la domanda più diretta: Muse è semplicemente OpenClaw con un’interfaccia diversa?
La risposta di Meta: Muse è stato sviluppato da zero
Nat Friedman ha respinto questa interpretazione. Il dirigente sostiene che Muse sia stato sviluppato da zero e che non sia quindi una versione modificata o un semplice adattamento di OpenClaw.
La sua risposta, tuttavia, contiene una precisazione importante: OpenClaw sarebbe stato una forte fonte di ispirazioneper il team che ha sviluppato Muse.
Prendere ispirazione da un prodotto non significa necessariamente copiarne il codice o utilizzarne direttamente l’architettura software. Un’azienda può osservare un progetto esistente, individuare alcune soluzioni particolarmente efficaci e decidere di adottare concetti simili nel proprio prodotto.
È però più interessante il fatto che Friedman non abbia contestato le somiglianze relative ai file. Secondo quanto riportato, il dirigente avrebbe spiegato che il suo team considerava particolarmente riuscite alcune delle scelte progettuali effettuate da Peter Steinberger, creatore di OpenClaw.
Il file SOUL.md diventa il simbolo della vicenda
Tra gli elementi più discussi c’è proprio SOUL.md. Il nome può sembrare un dettaglio tecnico secondario, ma in realtà rappresenta bene il cambiamento che sta attraversando il settore degli agenti AI.
Un file di questo tipo non serve semplicemente a configurare un programma tradizionale. Può descrivere come l’agente dovrebbe comportarsi, quale tono dovrebbe utilizzare, quali principi dovrebbe seguire e quale tipo di relazione dovrebbe mantenere con l’utente.
In altre parole, la configurazione dell’agente diventa una sorta di memoria comportamentale. Il fatto che Meta abbia utilizzato un nome già associato a OpenClaw, insieme a contenuti che secondo i confronti disponibili presenterebbero forti somiglianze, rende quindi il caso particolarmente interessante.
Ma il solo utilizzo dello stesso nome o di istruzioni simili non permette di stabilire che Muse utilizzi lo stesso software sottostante.
Somiglianza non significa automaticamente copia del codice
Questo è probabilmente il punto più importante dell’intera vicenda. Esistono diversi livelli di somiglianza tra due prodotti software. Due sistemi possono avere un’interfaccia simile. Possono utilizzare gli stessi concetti. Possono adottare una struttura di file comparabile. Possono perfino utilizzare istruzioni molto simili.
Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, dimostra necessariamente che uno dei due prodotti sia stato realizzato copiando il codice dell’altro.
Per dimostrare una vera copia software servirebbero elementi molto più specifici, come codice sorgente coincidente, componenti proprietari riprodotti senza autorizzazione o altre evidenze tecniche che permettano di stabilire una derivazione diretta.
Nel caso di Muse e OpenClaw, le informazioni disponibili nella fonte mostrano soprattutto somiglianze progettuali e di configurazione, insieme alla conferma di Meta che OpenClaw è stato una fonte d’ispirazione. Questo non equivale, da solo, a dimostrare una copia dell’implementazione.
OpenClaw potrebbe aver influenzato il futuro degli agenti AI
Al di là della disputa sulla possibile copia, la vicenda racconta qualcosa di interessante sull’evoluzione degli assistenti AI. OpenClaw sembra aver contribuito a rendere popolare un approccio nel quale l’agente non viene considerato semplicemente come una chat alla quale rivolgere domande.
L’assistente diventa invece un sistema persistente che conosce preferenze e istruzioni dell’utente e può utilizzarle per comportarsi in modo coerente nel tempo.
Un chatbot tradizionale può rispondere bene a una singola conversazione. Un agente personale deve invece mantenere una sorta di continuità: sapere come l’utente preferisce lavorare, quali regole deve rispettare e quali informazioni sono importanti per le attività future.
È proprio questo modello che sembra essere diventato sempre più interessante per le grandi aziende tecnologiche.
Meta non è l’unica a puntare sugli agenti personali
La direzione intrapresa da Meta non è isolata. I principali sviluppatori di modelli AI stanno progressivamente cercando di trasformare gli assistenti da semplici sistemi conversazionali in strumenti capaci di eseguire azioni.
Il passaggio è significativo perché cambia anche il valore della memoria. Se l’AI deve semplicemente rispondere a una domanda, ricordare ogni preferenza dell’utente è relativamente secondario. Se invece deve gestire email, acquisti, viaggi, appuntamenti o altri compiti, la memoria diventa parte fondamentale del prodotto.
Muse si inserisce proprio in questa trasformazione. Meta lo sta sviluppando come un assistente capace di interagire con servizi e informazioni dell’utente, andando oltre il semplice modello domanda-risposta.
Muse sembra comunque aver trovato rapidamente il pubblico
Nel frattempo, il progetto di Meta avrebbe ottenuto una risposta positiva almeno sul piano della distribuzione. La fonte segnala infatti che Muse ha raggiunto rapidamente le posizioni più alte dell’App Store statunitense.
Il dato non dimostra da solo la qualità tecnica dell’assistente, ma mostra che la proposta di Meta ha attirato rapidamente l’attenzione degli utenti.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante della vicenda: OpenClaw potrebbe aver influenzato il modo in cui Meta immagina il proprio agente personale, ma Meta dispone di una scala completamente diversa per trasformare quel concetto in un prodotto destinato a un pubblico molto più ampio.
La vera domanda non è solo se Meta abbia copiato OpenClaw
La discussione sulla presunta copia rischia quindi di nascondere la questione più importante. L’elemento da osservare è quanto rapidamente alcuni concetti sviluppati o resi popolari da progetti più piccoli vengano incorporati nei prodotti delle grandi aziende tecnologiche.
Nel caso di Muse, Meta nega che il prodotto sia stato copiato e sostiene di averlo sviluppato da zero. Allo stesso tempo riconosce apertamente l’influenza di OpenClaw e del lavoro di Peter Steinberger.
Le somiglianze nei file di configurazione sono quindi un elemento concreto della discussione, ma non sono sufficienti, da sole, a dimostrare una copia del software.
Quello che invece appare evidente è che il modello dell’agente AI personale, basato su memoria, istruzioni persistenti e capacità di eseguire compiti, sta diventando uno dei principali terreni di competizione del settore.
E in questa nuova fase, anche dettagli apparentemente banali come un file chiamato SOUL.md possono diventare il simbolo di una trasformazione molto più grande: l’AI non vuole più soltanto parlare con noi. Vuole iniziare a ricordare chi siamo, capire come lavoriamo e agire al posto nostro.
