Indice
- Un dramma maturo tra le ombre dell’universo mutante
- La furia dell’adamantio: un combattimento brutale che non evolve mai
- Una struttura su binari: l’addio alla libertà di Spider-Man
- Collezionabili al risparmio: casse di scorte, whiskey e le porte magiche dell’incubo
- Comparto tecnico, DualSense e la prova su PS5 Pro
- Doppiaggio italiano d’autore e audio tridimensionale
- Marvel’s Wolverine: che faccio, lo compro?
Insomniac Games porta Logan su PS5 e PS5 Pro con una storia matura, uno splendido doppiaggio in italiano e un combattimento ferocemente viscerale, ma una struttura su binari priva di missioni secondarie e un gameplay che non evolve frenano le ambizioni del kolossal di Sony.
+ Doppiaggio italiano di altissima qualità e Tempest 3D.
+ Combattimento viscerale, brutale ed estremamente sanguinoso.
+ Realizzazione tecnica straordinaria, superba su PS5 Pro.
+ Eccellente integrazione del controller DualSense.
– Totale assenza di missioni secondarie strutturate.
– Il gameplay non evolve durante l’avventura.
– Collezionabili sterili e ridotti all’osso.
– Netto passo indietro rispetto alla trilogia Spider-Man.
Il compito affidato a Insomniac Games dopo il trionfo della trilogia di Marvel’s Spider-Man era di quelli che farebbero tremare i polsi a qualsiasi studio di sviluppo. Passare dall’eroismo acrobatico, luminoso e accessibile di Peter Parker e Miles Morales al tormento interiore di James “Logan” Howlett imponeva un cambio di rotta drastico, coraggioso e privo di censure. Wolverine non è un amichevole vigilante di quartiere: è un’arma vivente, una creatura segnata da decenni di sofferenze, traumi chirurgici e violenza implacabile.
Disponibile a partire dal 15 settembre 2026 in esclusiva per PlayStation 5 e valorizzato dal supporto per PlayStation 5 Pro, Marvel’s Wolverine spazza via ogni timidezza formale abbracciando una classificazione PEGI 18 cruda, sanguinaria e viscerale.
Il sangue scorre a fiumi fin dai primi istanti di gioco, gli arti vengono tranciati di netto, le ossa si spezzano sotto i colpi dell’adamantio e la recitazione digitale tocca vette cinematografiche di assoluto pregio.
Eppure, dopo aver trascorso oltre venti ore a sventrare mercenari tra le foreste del Canada, i vicoli angusti di Tokyo e i bassifondi dell’isola di Madripoor, la sensazione predominante è quella di trovarsi di fronte a un evidente passo indietro rispetto alla libertà offerta dalla saga dell’Uomo Ragno.
Non siamo assolutamente al cospetto di un brutto videogioco, sia chiaro: la produzione è sontuosa, la regia è magnetica e il carisma dei protagonisti buca lo schermo.
Tuttavia, l’estrema rigidità della progressione, una sequenza di missioni quasi interamente pilotate, la totale assenza di contenuti secondari strutturati e un gameplay che fatica a evolversi dall’inizio alla fine relegano l’opera a un’esperienza d’azione fin troppo convenzionale, lontana dai vertici qualitativi a cui lo studio californiano ci aveva abituati.
Un dramma maturo tra le ombre dell’universo mutante
Il punto di forza più evidente e riuscito della produzione risiede nella sua narrazione e in una messa in scena di grandissimo impatto cinematografico. Il team guidato dal direttore creativo Marcus Smith ha scelto con intelligenza di non ancorarsi al Marvel Cinematic Universe né a cicli a fumetti già visti sul grande schermo, costruendo una cosmogonia originale, cupa e matura.
Ci troviamo in un’epoca contemporanea in cui il grande pubblico ignora completamente l’esistenza dei mutanti. Lontani dagli sguardi della società civile, gli individui portatori del gene X vivono isolati, impauriti e dispersi ai quattro angoli del pianeta, facili prede per organizzazioni clandestine senza scrupoli.
In questo clima di terrore sotterraneo opera Bolivar Trask, un industriale fanatico convinto della naturale superiorità della razza umana, impegnato a orchestrare una massiccia operazione di rapimenti sistematici di mutanti per scopi oscuri.
Per contrastare la minaccia, trentacinque anni prima il medico e scienziato Nathaniel Essex fondò il Team X, una squadra speciale concepita per proteggere i propri simili e costruire un futuro in cui vivere alla luce del sole.
Ma la realtà si è dimostrata brutale: dei membri originari del Team X sono rimasti in vita soltanto quattro superstiti, logorati da battaglie estenuanti, lutti e tradimenti interni.
Logan rappresenta la ferita più dolorosa di questa formazione. Trovato feralmente insanguinato nei boschi da Essex trent’anni fa e privato di ogni ricordo della sua vita precedente, Wolverine deve al suo mentore la propria lucidità mentale.
Nonostante avesse abbandonato il gruppo tre anni fa a causa di una profonda frattura ideologica, il richiamo di un debito d’onore inestinguibile e l’intensificarsi delle retate di Trask costringono Logan a riunirsi ai suoi vecchi compagni d’armi.
La scrittura dei personaggi brilla per spessore psicologico. Nathaniel Essex è tratteggiato come una figura tragica nata nell’Ottocento, la cui fede nella causa è stata forgiata dall’uccisione della moglie per mano di fanatici intolleranti.
Accanto a lui ritroviamo un ferino Victor Creed (Sabretooth), sottratto un secolo fa da un macabro circo delle anomalie, la cui fratellanza bestiale con Logan trasuda una rivalità ancestrale e velenosa.
Sorprende l’evoluzione di Raven Darkholme, una Mystique pragmatica e disillusa che divide la propria esistenza tra le missioni sul campo e la salvaguardia della moglie, così come il ritratto toccante di Jean Grey.
Lungi dalla figura idealizzata di altre iterazioni, Jean porta le cicatrici di un passato traumatico, incatenata a un termosifone da bambina dalla propria madre per sfruttarne le abilità psichiche prima di trovare rifugio alla Mariposa School sotto la guida di Callisto.
I dialoghi sono serrati, adulti e taglienti. Le sequenze filmate vantano un ritmo impeccabile e una regia che valorizza ogni singolo frammento emotivo, restituendo il ritratto di un manipolo di anime spezzate che cercano di sopravvivere a un mondo che le rifiuta con violenza inaudita.
La furia dell’adamantio: un combattimento brutale che non evolve mai
Quando il controllo passa interamente nelle mani del giocatore, Marvel’s Wolverine sfoggia tutta la potenza del suo sistema di combattimento ravvicinato. L’impatto viscerale degli artigli di adamantio è riprodotto con una ferocia spettacolare, del tutto inedita per le produzioni recenti firmate da Insomniac Games.
Logan non compie manovre aggraziate: aggredisce i bersagli con la veemenza di un predatore affamato, perforando corazze cibernetiche, tranciando arti e sventrando mercenari in un tripudio di mutilazioni ed effetti particellari scarlatti.
Il baricentro degli scontri ruota attorno a un approccio costantemente offensivo. Concatenando colpi leggeri, affondi pesanti e schivate a corto raggio, si alimenta la barra della Furia, indispensabile per scatenare lo stato berserk del protagonista.
In questa modalità temporanea, la resistenza ai danni aumenta vertiginosamente, la velocità delle animazioni raddoppia e Logan acquisisce la capacità di eseguire esecuzioni letali istantanee che spazzano via intere ondate di nemici.
A supporto dell’azione troviamo il sistema di Tecniche e Adattamenti intercambiabili, che permette di spendere punti abilità per personalizzare alcune manovre speciali: si passa da balzi verticali ideali per colpire i cecchini a spazzate rotanti pensate per creare spazio contro i plotoni dei Reavers e avversari imponenti come il letale Omega Red.
Il fattore rigenerante di Logan è gestito graficamente con una perizia tecnica impressionante: le carni lacerate dai proiettili e le bruciature mostrano ossa e tessuti muscolari scoperti, per poi rigenerarsi in tempo reale non appena ci si allontana temporaneamente dal fuoco nemico.
Tuttavia, è proprio sulla distanza che emerge la prima grossa debolezza del titolo: il gameplay non evolve praticamente mai nel corso dell’intera avventura.
Le routine di combattimento apprese nelle prime ore rimangono immutate fino ai titoli di coda. Lo sblocco delle abilità introduce variazioni minime alle statistiche o mosse d’impatto accessorie, ma non modifica in alcun modo l’approccio tattico richiesto al giocatore.
Gli archetipi dei nemici si ripetono con insistenza e, una volta padroneggiato il tempismo delle parate e la gestione della Furia, ogni scontro finisce per assomigliare drammaticamente a quello precedente, trasformando quella che all’inizio era un’adrenalinica prova di forza in una sequenza di risse meccaniche e prive di reale mordente.
Una struttura su binari: l’addio alla libertà di Spider-Man
Il divario più macroscopico rispetto ai precedenti lavori dello studio emerge nell’architettura del mondo di gioco. Chiunque si aspettasse una progressione ariosa o una formula anche solo parzialmente ispirata all’esplorazione metropolitana di Marvel’s Spider-Man si troverà di fronte a una doccia fredda: Marvel’s Wolverine è un’esperienza rigidamente lineare, costruita su binari strettissimi e priva di qualsiasi missione secondaria.
La campagna si articola attraverso una sequenza ininterrotta di corridoi e stanze collegate tra loro, intervallate da porte chiuse da sfondare e appigli predeterminati da scalare. L’avanzamento è pilotato in ogni singolo passaggio: il gioco decide esattamente quando farvi combattere, quando imporvi una camminata forzata per ascoltare un dialogo e quando azionare una sequenza sceneggiata. Non c’è alcun margine di scelta, non esistono deviazioni opzionali né bivi narrativi che possano alterare l’incedere degli eventi.
L’unica concessione alla libertà di movimento è affidata ad alcune macro-aree circoscritte che offrono una pianta leggermente più estesa.
In questi frangenti, che richiamano alla lontana la struttura ad ambienti aperti vista negli ultimi capitoli di The Last of Us, al giocatore viene data la possibilità di approcciare l’obiettivo primario decidendo se ingaggiare subito battaglia o sfruttare un minimo di approccio furtivo.
Si possono sfruttare i dislivelli, scivolare tra le coperture ed eseguire qualche eliminazione silenziosa alle spalle dei mercenari. Tuttavia, si tratta di un’illusione di libertà effimera: le routine dell’intelligenza artificiale sono basilari, i percorsi di pattuglia sono estremamente prevedibili e bastano pochi istanti per ripulire l’area e tornare immediatamente all’interno del corridoio successivo.
L’assenza totale di missioni secondarie o incarichi opzionali legati ai comprimari priva inoltre il mondo di gioco di qualsiasi respiro, riducendo l’interazione al minimo sindacale.
Collezionabili al risparmio: casse di scorte, whiskey e le porte magiche dell’incubo
Anche il comparto dedicato ai contenuti collezionabili e alle attività accessorie riflette l’estrema avarizia del design generale. Laddove le avventure dell’Uomo Ragno riempivano la mappa di sfide tecnologiche, laboratori scientifici, covi criminali e manufatti storici, in Marvel’s Wolverine l’esplorazione secondaria è ridotta all’osso.
I contenuti collezionabili e le interazioni opzionali si limitano a pochissimi elementi:
- Casse di scorte: piccoli contenitori metallici nascosti in rientranze cieche lungo i percorsi principali, indispensabili per recuperare i materiali necessari a sbloccare i costumi alternativi di Logan nel menu dedicato.
- Bottiglie di whiskey: oggetti da raccogliere disseminati sui banconi dei bar o negli accampamenti nemici, accompagnati da battute e commenti vocali che offrono qualche frammento di lore sul vissuto del mutante.
- Porte magiche e Prove dell’Incubo: particolari varchi dimensionali di natura mistica celati negli scenari, che fungono da portali di accesso alle Prove dell’Incubo (Nightmare Trials). Varcando queste soglie magiche, Logan viene proiettato direttamente nel proprio subconscio torturato per affrontare sfide mentali e arene speciali, indispensabili per ricostruire frammenti dei suoi ricordi perduti.
Sebbene l’idea narrativa alla base delle porte magiche sia affascinante e conceda scorci suggestivi sulla psiche martoriata del protagonista, sul piano prettamente ludico le Prove dell’Incubo si risolvono nelle consuete arene a ondate o in enigmi ambientali elementari, incapaci di offrire un vero valore aggiunto alla rigiocabilità.
La longevità complessiva si attesta tra le 10 e le 15 ore di gioco, una durata compatta che varia sensibilmente in base al livello di difficoltà selezionato e alla cura riposta nell’esplorazione.
Procedendo a testa bassa lungo la campagna principale a difficoltà standard, i titoli di coda possono essere raggiunti già intorno alle dieci ore. Il tempo si dilata invece verso le quindici ore totali se si sceglie di alzare il grado di sfida o se si decide di scovare metodicamente ogni collezionabile, perlustrando le macro-aree a caccia di ciascuna cassa di scorte, bottiglia di whiskey e varco per le Prove dell’Incubo.
Una durata asciutta e senza fronzoli che da una parte evita annacquamenti artificiali del ritmo, ma che dall’altra ribadisce la natura fortemente circoscritta e priva di reali digressioni dell’intera produzione.
Comparto tecnico, DualSense e la prova su PS5 Pro
Se la struttura ludica mostra il fianco a critiche severe, il versante tecnologico ribadisce la straordinaria competenza ingegneristica di Insomniac Games. Abbiamo analizzato a fondo il titolo sia sulla PlayStation 5 standard che sulla nuova PlayStation 5 Pro Enhanced, riscontrando una pulizia visiva e una stabilità di primissimo ordine.
I modelli tridimensionali dei personaggi sono sbalorditivi, arricchiti da un’espressività facciale che restituisce con precisione chirurgica ogni smorfia di dolore, ringhio e ruga di espressione di Logan.
Gli ambienti, seppur lineari, sfoggiano un’illuminazione volumetrica sontuosa, con riflessi dettagliati sulle pozzanghere notturne di Madripoor e una resa realistica della neve battuta canadese. Su PS5 Pro il gioco raggiunge la sua massima espressione, mantenendo una risoluzione elevatissima con ray tracing attivo e 60 fotogrammi al secondo granitici, azzerando qualsiasi calo di fluidità anche durante le battaglie più concitate.
I tempi di caricamento sono pressoché istantanei grazie all’SSD ad altissima velocità, permettendo di passare dalle sequenze narrative all’azione in una frazione di secondo.
Superba anche l’implementazione del controller DualSense: la resistenza fisica dei grilletti adattivi simula lo scatto metallico dell’estrazione degli artigli, mentre il feedback aptico trasmette alle mani la vibrazione sorda dell’impatto dell’adamantio contro armature pesanti e pareti corazzate.
Doppiaggio italiano d’autore e audio tridimensionale
A fare da perfetto collante con il comparto visivo interviene un settore sonoro che merita un capitolo a sé. In un mercato in cui le localizzazioni nella nostra lingua vengono talvolta sacrificate o affidate a produzioni frettolose, il doppiaggio italiano di Marvel’s Wolverine si attesta su livelli qualitativi altissimi.
La direzione del casting ha svolto un lavoro encomiabile: la voce italiana di Logan cattura con straordinaria naturalezza il timbro roco, grezzo, esausto eppure perennemente minaccioso del mutante canadese, reggendo il confronto con l’interpretazione originale in lingua inglese senza scivolare mai nella macchietta.
Altrettanto solide e convincenti risultano le prove recitative sui comprimari, a partire dalla solennità compassata di Nathaniel Essex fino alle sfumature più dolenti di Jean Grey e alla furia animalesca di Victor Creed.
Questa cura attoriale è ulteriormente esaltata dal motore per l’audio tridimensionale Tempest 3D. Giocando in cuffia o attraverso una soundbar adeguata, la spazialità acustica avvolge completamente la scena: lo scricchiolio del ghiaccio sotto gli stivali di un soldato appostato alle spalle, il sibilo tagliente delle lame d’adamantio prima dell’affondo e le deflagrazioni ambientali garantiscono una percezione posizionale impeccabile, amplificando l’adrenalina durante i combattimenti più affollati.
Marvel’s Wolverine: che faccio, lo compro?
Marvel’s Wolverine è un titolo che lascia addosso sentimenti profondamente contrastanti. Da un lato ci troviamo di fronte a un kolossal cinematografico di grande caratura, capace di raccontare una storia mutante adulta, toccante e interpretata con maestria, supportata da un doppiaggio italiano impeccabile, un impatto visivo impressionante e una violenza viscerale che rende piena giustizia all’icona dei fumetti Marvel.
Dall’altro lato, però, è impossibile non avvertire il peso di una formula di gioco fin troppo conservatrice, priva di spunti originali e ancorata a schemi lineari che appartengono alla scorsa generazione videoludica.
L’assenza di missioni secondarie, l’incedere costantemente pilotato delle missioni e un sistema di combattimento che si ripete senza variazioni di rilievo impediscono a Logan di spiccare il volo verso l’eccellenza assoluta.
Un’avventura godibile e spettacolare per chi cerca un action movie guidato e ricco di atmosfera, ma che rappresenta un passo indietro rispetto alla ricchezza ludica a cui Insomniac ci aveva abituati
