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Sam Altman mette in discussione la durata dell’università e il suo valore nel mondo dell’AI. Ecco cosa può cambiare tra formazione e lavoro.
L’università non è più l’unica strada per costruire una carriera nel mondo della tecnologia. È questa, in sintesi, la provocazione rilanciata da Sam Altman, CEO di OpenAI, durante un intervento a Internapalooza, evento dedicato a studenti e stagisti del settore tech.
Altman ha parlato anche della propria esperienza personale. Nel 2005 lasciò Stanford University dopo due anni per fondare Loopt, startup dedicata ai social network basati sulla posizione. Secondo Altman, oggi non avrebbe particolari rimpianti per quella scelta: il percorso universitario gli avrebbe dato molto, ma proseguirlo per altri due anni avrebbe prodotto, a suo giudizio, rendimenti sempre più bassi.
La sua posizione non significa però che l’università sia diventata inutile. Il punto sollevato da Altman riguarda soprattutto il rapporto tra formazione tradizionale, intelligenza artificiale e nuovo mercato del lavoro.
Per Sam Altman l’università può diventare troppo lunga
Altman non ha negato il valore dell’esperienza universitaria. Al contrario, ha riconosciuto l’importanza di alcuni aspetti che vanno oltre lo studio: vivere lontano da casa, conoscere altre persone e avere tempo per sviluppare i propri progetti.
Il problema, secondo il CEO di OpenAI, riguarda invece la durata e la struttura del percorso. Dopo due anni trascorsi a Stanford, Altman decise di interrompere gli studi per dedicarsi all’imprenditoria. La scelta lo portò a co-fondare Loopt e successivamente a entrare nell’ecosistema di Y Combinator, uno dei principali acceleratori di startup della Silicon Valley.
Naturalmente, c’è un limite evidente nel suo ragionamento: non è possibile sapere come sarebbe stata la sua carriera se avesse completato gli studi. Lo stesso Altman ha riconosciuto questa impossibilità di fare un vero confronto.
La sua esperienza personale, quindi, non può essere trasformata automaticamente in una regola valida per tutti. Ma il ragionamento diventa interessante quando viene collegato alla trasformazione provocata dall’intelligenza artificiale.
L’AI sta cambiando il valore delle competenze
Il punto centrale del discorso di Altman è proprio questo. I sistemi di intelligenza artificiale stanno rendendo più semplice svolgere attività che fino a poco tempo fa richiedevano competenze tecniche specifiche e, soprattutto, molto tempo.
Scrivere codice, analizzare informazioni, creare documentazione, sviluppare prototipi o automatizzare alcune attività sono soltanto alcuni degli ambiti nei quali l’AI può diventare uno strumento operativo. Secondo Altman, questo permette oggi anche a una singola persona di costruire progetti che in passato avrebbero richiesto un gruppo di professionisti con competenze differenti.
È qui che arriva la sua provocazione più forte: con l’AI si può arrivare a costruire una startup praticamente da soli, lavorando anche da una singola stanza e utilizzando grandi quantità di capacità computazionale e token.
La frase va naturalmente inserita nel contesto della Silicon Valley e dell’imprenditoria tecnologica. Non significa che basti avere accesso a un chatbot per creare automaticamente un’azienda di successo. Significa piuttosto che la distanza tra un’idea e la sua realizzazione tecnica si sta riducendo.
Ma lasciare l’università non è una scorciatoia
Il rischio è interpretare il messaggio di Altman come un invito a non frequentare l’università. Il discorso originale è molto più complesso. L’esperienza di un imprenditore che ha lasciato Stanford per costruire una startup non rappresenta infatti una strada facilmente replicabile. Non tutti vogliono fondare un’azienda e, soprattutto, non tutte le professioni possono essere costruite senza una formazione accademica.
Medicina, ingegneria, ricerca, professioni giuridiche e numerosi altri settori richiedono percorsi strutturati, competenze certificate e spesso requisiti formali per poter esercitare.
Anche nel settore tecnologico, inoltre, una laurea può continuare a rappresentare un elemento importante. Non soltanto per le conoscenze acquisite, ma anche per le relazioni, l’esperienza, i progetti e le opportunità professionali che possono nascere durante gli anni universitari. Il vero cambiamento potrebbe quindi non essere la scomparsa dell’università, ma la sua trasformazione.
Il problema potrebbe essere il mercato del lavoro
C’è però un’altra questione sollevata dal ragionamento di Altman che merita particolare attenzione: che cosa succede quando l’AI diventa capace di svolgere una parte crescente del lavoro cognitivo?
Se gli strumenti di intelligenza artificiale permettono a una singola persona di produrre quanto prima richiedeva un piccolo team, il problema non riguarda soltanto la formazione. Riguarda direttamente il numero di persone che il mercato del lavoro sarà in grado di assorbire. È una prospettiva molto diversa dalla semplice contrapposizione tra laureati e non laureati.
Il rischio è infatti che le competenze diventino più facilmente accessibili proprio mentre diminuisce la domanda di alcune delle attività associate a quelle competenze. In questo scenario, avere una laurea potrebbe non essere più sufficiente per garantire automaticamente un determinato percorso professionale.
Ma anche questo non significa che studiare diventi inutile. Al contrario, potrebbe aumentare il valore della capacità di comprendere problemi complessi, verificare le informazioni, prendere decisioni e utilizzare correttamente gli strumenti AI.
La formazione potrebbe quindi spostarsi da un modello nel quale l’obiettivo principale è acquisire determinate conoscenze a uno nel quale diventa fondamentale imparare a utilizzare quelle conoscenze insieme all’intelligenza artificiale.
L’università deve cambiare insieme all’AI
La provocazione di Sam Altman porta quindi a una domanda più interessante rispetto a “la laurea serve ancora?“. La domanda è: quanto deve cambiare l’università in un mondo nel quale l’AI può svolgere una parte sempre maggiore del lavoro intellettuale?
La risposta non è necessariamente eliminare i percorsi universitari. Potrebbe essere necessario ripensarne durata, contenuti e rapporto con il mondo del lavoro.
L’AI può infatti rendere alcune competenze molto più rapide da acquisire, ma non elimina automaticamente la necessità di una formazione solida. Anzi, più gli strumenti diventano potenti, più diventa importante saperli utilizzare con consapevolezza.
La storia personale di Altman dimostra che si può costruire una carriera straordinaria anche senza completare l’università. Non dimostra però che questa sia la strada migliore per tutti.
Il vero cambiamento potrebbe essere un altro: in futuro non basterà più chiedersi se frequentare o meno l’università. Bisognerà capire quali competenze vale davvero la pena costruire quando l’intelligenza artificiale può già occuparsi di una parte del lavoro.
