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Una causa federale in California getta un’ombra inquietante su Meta: l’azienda avrebbe affidato a spietati e freddi algoritmi la scelta di 8.000 persone da licenziare, penalizzando ingiustamente chi era in congedo medico o in maternità.
L’intelligenza artificiale sta per trasformarsi nel peggior incubo dei dipartimenti di Risorse Umane? Mentre i giganti della tecnologia della Silicon Valley sembrano ormai giurare fedeltà assoluta all’automazione estrema, un nuovo e controverso caso giudiziario sta letteralmente gelando il sangue agli addetti ai lavori.
Ventisei ex dipendenti di Meta (la società madre che controlla colossi come Facebook, Instagram e WhatsApp) hanno depositato una denuncia a dir poco esplosiva presso un tribunale federale della California.
L’accusa mossa nei confronti dell’azienda di Mark Zuckerberg è di quelle che fanno tremare i polsi: la dirigenza avrebbe affidato a sistemi di intelligenza artificiale il delicatissimo compito di stilare le liste degli 8.000 lavoratori licenziati durante l’ultima, brutale ondata di tagli del maggio 2026.
Algoritmi al posto dei manager: la deriva della Silicon Valley
La freddezza delle righe di codice ha davvero sostituito il giudizio umano e l’empatia di un manager? È abbastanza raggelante immaginare che un’intelligenza artificiale possa avere il potere decisionale di licenziare degli esseri umani, eppure è esattamente ciò che emerge dalle carte del tribunale.
Secondo il documento giudiziario, per decidere le sorti dei propri team Meta non si sarebbe affatto affidata alle classiche valutazioni prestazionali dei diretti superiori gerarchici. Al contrario, l’azienda avrebbe schierato un vero e proprio arsenale di sorveglianza digitale e strumenti di analisi automatizzata delle performance.
Si parla esplicitamente di dashboard interne capaci di misurare l’utilizzo dei “token IA” da parte dei dipendenti, di software per l’analisi dell’attività della tastiera (il cosiddetto keystroke tracking) e dell’impiego di un misterioso ecosistema interno battezzato “Metamate”, l’assistente virtuale aziendale.
Questi strumenti digitali avrebbero letteralmente catalogato e classificato i lavoratori in base al loro grado di adozione e utilizzo dell’intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano, etichettando le persone con categorie che andavano da “Nativo IA” (AI Native) fino a un ben più modesto “Compatibile IA” (AI Compatible).
Il problema gigantesco, sollevato a gran voce dai querelanti, è che questi algoritmi matematici sono, per loro stessa natura, totalmente incapaci di mostrare discernimento, contesto o empatia.
Una discriminazione automatizzata dalle conseguenze drammatiche
Basandosi puramente sulla produttività cruda e sulle metriche numeriche, il sistema informatico avrebbe meccanicamente e ingiustamente penalizzato le persone assenti per legittimi motivi medici o familiari, rivelandosi incapace di contestualizzare un calo di rendimento temporaneo.
La denuncia porta alla luce situazioni umane particolarmente crudeli e al limite del grottesco. Prendiamo un caso concreto e documentato: uno degli esempi più eclatanti riportati nel fascicolo riguarda una scienziata impiegata dal gruppo.
La donna avrebbe ricevuto la gelida notifica del suo licenziamento mentre si trovava in un regolare congedo prenatale approvato dall’azienda, appena ventiquattro ore prima che le si rompessero le acque e soli due giorni prima di dare alla luce il suo bambino.
Gli algoritmi predittivi di Meta non avrebbero previsto alcuna “neutralizzazione” o bilanciamento dei punteggi di produttività per le assenze giustificate. Questo, di fatto, trasforma un sacrosanto diritto legale in un handicap professionale letale. I ventisei querelanti sostengono con forza che l’azienda abbia così calpestato diverse leggi federali fondamentali a tutela dei lavoratori.
La smentita di Meta: “Decisioni prese da esseri umani”
Di fronte a queste gravissime e pesanti accuse di discriminazione, l’azienda californiana non è rimasta in silenzio e ha reagito con fermezza. Un portavoce ufficiale di Meta ha infatti rilasciato una dichiarazione formale e perentoria ai colleghi della testata statunitense Ars Technica:
“Queste affermazioni sono totalmente prive di fondamento e non si basano su alcun fatto reale. La gestione del personale e tutte le decisioni organizzative in merito ai licenziamenti sono state, e continuano a essere, prese esclusivamente da persone fisiche, e non dall’intelligenza artificiale.”
Investimenti colossali nell’IA e profitti record: l’amaro in bocca
Il contrasto tra la salute finanziaria a dir poco insolente dell’azienda e la brutalità sorda di questi tagli salariali sta suscitando un’indignazione generale, non solo tra il pubblico, ma anche tra gli stessi dipendenti rimasti in sede.
Lo scorso maggio, Janelle Gale, l’attuale direttrice delle Risorse Umane di Meta, aveva giustificato queste massicce soppressioni di posti di lavoro parlando di una necessaria volontà di “rendere l’azienda più snella ed efficiente”, liberando fondi per compensare investimenti in altri settori strategici.
Eppure, questi licenziamenti di massa arrivano in un contesto economico estremamente florido per l’azienda di Zuckerberg, che aveva appena annunciato agli investitori profitti trimestrali da record assoluto.
Questa vera e propria frenesia di investimenti nell’IA, fatta palesemente a discapito del capitale umano, sta alimentando la rabbia feroce dei dipendenti licenziati. Il paradosso diventa ancora più inquietante se si guardano i numeri del bilancio preventivo.
Il gruppo Meta si è infatti impegnato a spendere la cifra mostruosa di 125-145 miliardi di dollari nel 2026 specificamente per sviluppare la propria intelligenza artificiale, un budget che è più del doppio rispetto a quello stanziato l’anno precedente. In pratica, si licenziano esseri umani per finanziare la stessa tecnologia che li ha “valutati” e giudicati obsoleti.
Oggi, i querelanti chiedono la sospensione immediata dei licenziamenti, la cui efficacia definitiva era ironicamente fissata per la giornata di oggi, 22 luglio. Oltre a questo, esigono la conservazione intatta di tutti i dati di modellazione e un audit tecnico indipendente per ispezionare la “scatola nera” di questo controverso algoritmo di selezione, sperando di dimostrare in tribunale che i congedi protetti dalla legge siano stati illegalmente usati come variabile di aggiustamento per i tagli.
