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Mentre i videogiocatori si godono librerie sterminate a pochi euro al mese, dietro le quinte i creatori di videogiochi iniziano a fare i conti con la svalutazione delle proprie opere. E anche Microsoft sta correndo ai ripari.
Per anni, Xbox Game Pass è stato presentato al mondo intero come il futuro assoluto del videogioco. La strategia di Microsoft sembrava infallibile: con una spesa mensile paragonabile a quella di un abbonamento Netflix, i giocatori ottengono l’accesso a un catalogo sterminato di titoli, molti dei quali disponibili fin dal giorno di lancio (il tanto amato Day One).
Diciamoci la verità: si tratta di un modello estremamente seducente per i giocatori abituali, e ha senza dubbio contribuito a sdoganare e popolarizzare i servizi in abbonamento in tutta l’industria videoludica.
Eppure, non tutti condividono questo entusiasmo travolgente. Dietro le quinte degli studi di sviluppo, questo modello sta sollevando dubbi sempre più insistenti sulle conseguenze della smaterializzazione del mercato. Cosa succede davvero al valore di un’opera quando viene “inghiottita” in un abbonamento flat in stile Spotify o Netflix?
I lati positivi: un paradiso per la scoperta e per gli Indie
Partiamo dai pregi, che sono innegabili. Per i giocatori, i vantaggi del digitale in abbonamento sono evidenti come la luce del sole: un accesso immediato a centinaia di giochi a costi ridottissimi, e la libertà di sperimentare titoli e generi che, a prezzo pieno, non avrebbero mai preso in considerazione.
Questo aspetto si trasforma in una visibilità incredibile per i giochi indipendenti (i cosiddetti Indie) o per le produzioni più di nicchia.
Sapere di poter scaricare un gioco “gratis” (incluso nell’abbonamento) spinge gli utenti a provare cose nuove. Basti pensare all’enorme interesse generato recentemente attorno a titoli come Clair Obscur: Expedition 33, che deve gran parte del suo hype proprio all’annuncio della sua inclusione al lancio sul Game Pass, scatenando un passaparola clamoroso sui social.
Il rovescio della medaglia: la svalutazione secondo gli sviluppatori
Ma veniamo alle dolenti note. All’interno dell’industria, diversi responsabili degli studi di sviluppo ritengono che il Game Pass stia avendo un impatto tossico sul valore percepito dei videogiochi.
A lanciare la bomba è stato il noto e autorevole giornalista Jason Schreier. Durante un intervento sul network di podcast Maximum Fun, Schreier ha rivelato che molti dirigenti di studi appartenenti agli stessi Xbox Game Studios “odierebbero” il Game Pass, ritenendo che il servizio stia letteralmente svalutando le loro produzioni.
Il timore è chiaro: abituando i giocatori ad avere tutto e subito per pochi spiccioli, si riduce progressivamente il valore intrinseco che il pubblico attribuisce al lavoro monumentale che c’è dietro a un videogioco.
Chi comprerà più un gioco a prezzo pieno?
La logica dietro a questo malcontento è disarmante. Quando un videogioco che normalmente costerebbe 50, 70 o addirittura 80 euro viene reso disponibile al Day One in un abbonamento mensile, una fetta enorme di potenziale pubblico non ha più alcuna motivazione per acquistarlo singolarmente.
Come si fa a convincere un consumatore a spendere a prezzo pieno, quando è ormai assuefatto all’idea di accedere a una libreria infinita per poco più di dieci euro al mese?
Questa dinamica si trasforma in una vera e propria condanna a morte per le produzioni di fascia media, i famosi titoli “Doppia A” (AA). Parliamo di quei giochi che sono troppo grandi per essere considerati progetti Indie, ma che non dispongono dei budget hollywoodiani tipici dei blockbuster Tripla A (AAA).
Venduti di solito attorno ai 40 o 50 euro, questi titoli vedono il loro valore percepito crollare vertiginosamente quando vengono inseriti in un catalogo fianco a fianco con decine di kolossal milionari. Per gli sviluppatori diventa un’impresa titanica convincere il pubblico che il loro gioco merita l’acquisto a prezzo pieno al di fuori dell’abbonamento.
Gli svantaggi per i giocatori: rincari e precarietà
Non pensiate che il problema riguardi solo chi i giochi li crea. Il formato “tutto digitale e in abbonamento” presenta conti salati anche per noi giocatori.
Il primo fattore, e il più evidente, è il costante rincaro dei prezzi degli abbonamenti. Xbox Game Pass non ha fatto eccezione: proprio di recente, Microsoft ha modificato i suoi piani tariffari, aumentando il prezzo del livello Ultimate e introducendo un nuovo tier “Standard” che, di fatto, non include più le uscite al Day One.
Spesso, nell’industria dell’intrattenimento, si assiste anche a una progressiva degradazione dei servizi base, usata come leva psicologica per spingere l’utenza verso i piani premium più costosi.
C’è poi il grandissimo problema del possesso. Le librerie digitali in abbonamento sono estremamente precarie: le licenze scadono e i giochi escono continuamente dal catalogo.
Se non avete finito un titolo in tempo, o se volete rigiocarlo dopo qualche mese e non è più disponibile, la fregatura è dietro l’angolo. Dovrete rassegnarvi a comprarlo singolarmente. Questo ci ricorda che il mercato puramente digitale toglie all’utente la vera e propria proprietà del bene.
Quale sarà il futuro del Game Pass?
Oggi consumiamo contenuti a un ritmo forsennato, e la transizione dal “possedere un’opera” al “pagare per l’accesso temporaneo” è un fenomeno globale che ha investito musica e cinema. Il videogioco sta inevitabilmente seguendo questa scia.
Tuttavia, queste criticità economiche spiegano i drastici cambiamenti strategici osservati negli ultimi mesi in casa Microsoft. Di fronte ai costi insostenibili del modello all-you-can-play, l’azienda sta correndo ai ripari limitando la disponibilità immediata delle sue punte di diamante.
L’esempio perfetto è il franchise di Call of Duty: sebbene i nuovi capitoli approderanno sul servizio, non saranno più disponibili automaticamente per tutti i livelli di abbonamento fin dal primo giorno.
Molti analisti del settore prevedono che, in un futuro non troppo lontano, i colossi dell’industria potrebbero abbandonare del tutto l’ambiziosa promessa del “Day One” nei servizi in abbonamento base, per tornare a monetizzare in modo più classico le loro produzioni maggiori.
Tutto questo non significa assolutamente che Xbox Game Pass sia un cattivo servizio, anzi, rimane una delle offerte più vantaggiose sul mercato. Ma queste criticità interne ci ricordano una dura verità: la completa smaterializzazione e gli abbonamenti non sono una bacchetta magica, e l’industria sta ancora cercando disperatamente un equilibrio che sia giusto per chi gioca e sostenibile per chi crea.
