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Dal monopolio dei prezzi sul PS Store all’illusione di possedere realmente un titolo, l’imminente transizione di Sony verso un futuro 100% digitale sta scuotendo l’intera community. Ecco cosa cambierà davvero dal 2028.
È praticamente impossibile non aver sentito parlare della notizia shock che ha travolto il mercato videoludico in questi giorni: PlayStation ha annunciato lo stop definitivo alla produzione di giochi su disco a partire da gennaio 2028.
Questa decisione storica riguarderà tutti i nuovi titoli in uscita sulle console casalinghe di Sony (quindi PlayStation 5 e la futura PlayStation 6), che si tratti di esclusive o di giochi sviluppati da terze parti.
In altre parole, dopo questa fatidica data, l’ecosistema del colosso giapponese diventerà quasi esclusivamente digitale(salvo l’eventuale rilascio di un lettore ottico esterno per la PS6, pensato per leggere i vecchi dischi PS4 e PS5, ma al momento si tratta solo di speculazioni).
Un cambiamento così radicale, inevitabilmente, solleva un polverone di domande e paure. Ecco quali sono le tre preoccupazioni più grandi e fondate dei videogiocatori.
1. Il monopolio dei prezzi sul PlayStation Store
La prima, enorme preoccupazione riguarda la posizione egemonica che assumerà il PlayStation Store. Con la fine dei dischi fisici nel 2028, lo store digitale diventerà di fatto l’unico canale per ottenere nuovi giochi sulle console Sony, sia tramite acquisto diretto sulla piattaforma, sia tramite il riscatto di codici prepagati.
Tutto questo si traduce in uno scenario molto chiaro: l’azienda applicherà un controllo totale e decisamente più rigido sui prezzi di vendita. E, come i giocatori ben sanno, i listini del PS Store non brillano certo per convenienza al lancio, toccando ormai la soglia standard degli 80 euro per le produzioni “Tripla A”.
Il mercato fisico, oggi, permette ai rivenditori (come Amazon, GameStop, MediaWorld o Unieuro) di acquistare stock enormi di copie e di negoziare sui prezzi. È proprio per questo meccanismo di concorrenza che spesso è possibile trovare al “Day One” copie fisiche scontate a 60 o 70 euro, o approfittare di svendite per liberare i magazzini.
Con lo stop ai dischi, questo vantaggio per i consumatori svanisce. Le grandi catene continueranno probabilmente a vendere codici digitali stampati su cartoncini o scontrini, ma le logiche commerciali cambiano drasticamente: un codice digitale non occupa spazio in magazzino e non ha bisogno di essere “svenduto” per fare posto a nuovi arrivi, mantenendo il prezzo artificialmente alto molto più a lungo.
2. La vera “proprietà” dei videogiochi
Questo è forse il tema più scottante e dibattuto dell’era moderna. Come ormai è noto, quando si acquista un gioco in formato digitale, non se ne diventa i veri proprietari.
Quello che si sta comprando è, legalmente parlando, una semplice “licenza d’uso”. Questo significa che l’editore (il publisher) o il detentore dei diritti può decidere di staccare la spina ai server, chiudere le modalità online o, nel peggiore dei casi, rendere il gioco completamente inaccessibile e ingiocabile, rimuovendolo dalle librerie. Un caso recente e clamoroso è stato quello di The Crew di Ubisoft, disattivato per sempre dai server e letteralmente sottratto agli account degli utenti.
Se andiamo a leggere nero su bianco i Termini di Servizio di PlayStation, la situazione è inequivocabile:
“Il Software vi è concesso in licenza […] Non vi viene venduto affinché ne diventiate proprietari, e voi comprendete e accettate che possiamo porre fine alle funzionalità online e di rete […] Se interrompiamo determinati Servizi online, potreste avere ancora accesso alle modalità offline del Software. Tuttavia, le modalità offline non sono garantite e possono essere modificate o rimosse a nostra discrezione.”
Con la fine della produzione dei dischi, saremo totalmente in balia delle decisioni aziendali. Non avremo più il supporto fisico a fare da barriera o da “rete di salvataggio” per poter rigiocare i nostri titoli preferiti a distanza di dieci o vent’anni. Una prospettiva che spaventa molto i videogiocatori più affezionati alla conservazione del medium.
3. La fine del prestito tra amici
L’ultimo, dolente punto riguarda la condivisione. Con l’addio ai dischi, diventerà fisicamente impossibile prestare un videogioco passandolo di mano in mano a un amico o a un parente.
È una pratica radicata fin dagli albori del gaming. Ironia della sorte, molti ricorderanno il leggendario video dell’E3 2013, in cui i dirigenti Sony Shuhei Yoshida e Adam Boyes si passavano una copia fisica di un gioco PS4 per prendere in giro le restrittive politiche digitali annunciate (e poi ritirate) da Xbox. Oggi, le parti sembrano essersi invertite.
Attualmente, su PS5, esistono dei metodi per condividere i giochi digitali: la funzione “Condivisione console e riproduzione offline” permette ad altri account sulla stessa macchina di usare i vostri titoli, mentre lo “Share Play” (Gioco in condivisione) consente di far provare un gioco a un amico a distanza tramite streaming.
In termini di libertà e semplicità d’uso, non c’è paragone con il vecchio e caro prestito della custodia in plastica. La speranza della community è che PlayStation sviluppi un sistema di “prestito digitale” strutturato, magari ispirandosi ai recenti e ottimi Gruppi Famiglia di Steam presenti su PC. Ma dopo l’annuncio così netto dell’addio ai dischi, l’ottimismo è ridotto al lumicino.
