Videogiochi

Videogiochi e pubblicità: paghereste meno i titoli PC e console in cambio di inserzioni durante le partite?

Mani che impugnano un controller DualSense di PlayStation davanti a uno schermo sfocato con luci colorate da gaming.

I costi di sviluppo dei videogiochi sono ormai schizzati alle stelle e gli editori cercano nuove vie per monetizzare: il modello dei piani con pubblicità, già sdoganato dallo streaming, potrebbe presto cambiare le regole del gaming su console e PC.

Diciamoci la verità: il costo dei videogiochi non accenna a diminuire. Al contrario, acquistare un titolo al lancio nel 2026 mette sempre più a dura prova il portafoglio degli appassionati, con edizioni standard che superano abbondantemente la soglia degli 80 euro.

In questo scenario, il dibattito all’interno dell’industria videoludica si fa sempre più acceso ed emerge una domanda tanto provocatoria quanto concreta: accettereste l’inserimento di annunci pubblicitari all’interno dei vostri giochi preferiti, se questo servisse a ridurne sensibilmente il prezzo d’acquisto?

Per quanto l’idea possa far storcere il naso a molti, il posizionamento di prodotto (product placement) e la pubblicità non sono affatto elementi estranei a questo mondo. Anzi, mettono radici profonde fin dagli anni ’80.

Pensiamo a un classico come Pole Position, storico simulatore di corse automobilistiche, che già all’epoca mostrava i loghi di Pepsi o Canon sui cartelloni digitali attorno al circuito per aumentare il realismo. O ancora a Tapper, un titolo in cui si vestivano i panni di un barista, interamente sviluppato attorno al marchio di birra Budweiser che ne aveva finanziato la produzione.

Negli anni ’90, con l’arrivo di colonne portanti del genere sportivo come FIFA International SoccerNBA Live o Gran Turismo, la presenza di brand reali sui tabelloni a bordo campo o lungo i tracciati è diventata uno standard fondamentale per rendere l’esperienza di simulazione il più fedele possibile alla realtà. Oggi, però, la vera differenza risiede nella scala e nella natura di questo fenomeno.

Una pratica che si sta diffondendo oltre il mercato mobile

Se ci spostiamo sul mercato degli smartphone, sappiamo bene che le inserzioni pubblicitarie sono diventate un pilastro portante dell’esperienza di gioco.

I brevi video promozionali che interrompono la partita per offrirci una vita extra, accelerare la costruzione di un edificio o sbloccare una ricompensa speciale sono una realtà quotidiana. Sebbene siano spesso mal tollerati dagli utenti, sono lo strumento indispensabile per mantenere in vita l’intero ecosistema dei giochi free-to-play. Se non paghiamo per scaricare un titolo sul telefono, il merito è proprio di questi annunci che, insieme alle microtransazioni, generano ricavi miliardari.

Questa logica commerciale, tuttavia, sta progressivamente uscendo dai confini dei dispositivi mobili per approdare in pianta stabile su PC e console.

Giocatore PC con cuffie e tastiera meccanica davanti a un monitor gaming, durante una sessione di gioco in una stanza illuminata da luci blu e rosse.
Con l’aumento dei costi di sviluppo, gli editori stanno valutando nuove forme di monetizzazione anche per i giochi PC e console tradizionali. (mistergadget.tech)

Anche diverse grandi produzioni ad alto budget hanno già sperimentato l’inserimento di marchi reali nei loro universi virtuali. L’esempio più celebre e discusso degli ultimi anni è senza dubbio Death Stranding: nel titolo firmato da Hideo Kojima, il protagonista Sam Porter Bridges può consumare lattine di Monster Energy per recuperare la propria barra della resistenza. Un inserimento bizzarro per alcuni, un’intrusione commerciale poco velata per altri, ma sicuramente un esperimento commerciale riuscito.

La tendenza è destinata a generalizzarsi per una ragione prettamente economica: i costi di sviluppo dei videogiochi moderni sono diventati insostenibili.

Oggi, per portare sul mercato un gioco AAA (i titoli tripla A ad alto budget), gli editori devono investire centinaia di milioni di dollari, una cifra che lievita ulteriormente se si considerano le campagne di marketing globale e il supporto post-lancio a lungo termine. In un mercato così competitivo, i pesi massimi del settore hanno l’assoluta necessità di diversificare le proprie fonti di ricavo, e la pubblicità integrata direttamente nel software (in-game advertising) rappresenta la via più logica da percorrere.

Le strategie degli editori e i possibili scenari futuri

Un colosso del calibro di Electronic Arts si sta muovendo in questa direzione da tempo. L’editore americano ha infatti strutturato una divisione interna interamente dedicata a questo business, denominata EA Advertising, con il compito specifico di mettere in contatto i grandi marchi globali con i propri franchise multimilionari.

Ma come si tradurrà tutto questo sui nostri schermi? Le modalità di integrazione della pubblicità in un videogioco sono molteplici e non tutte hanno lo stesso impatto sul ritmo di gioco.

L’approccio meno invasivo prevede l’utilizzo di cartelloni pubblicitari dinamici agganciati alla rete, capaci di aggiornarsi in tempo reale mostrando inserzioni contestualizzate all’interno dell’ambiente di gioco, oppure l’inclusione di elementi estetici sponsorizzati utilizzabili dal nostro personaggio.

Scena di Alan Wake con un grande cartellone pubblicitario Energizer Advanced Lithium inserito all’interno dell’ambiente di gioco.
Il product placement nei videogiochi non è una novità: dai cartelloni nei racing game ai marchi reali inseriti nelle avventure narrative, la pubblicità fa parte del medium da decenni. (mistergadget.tech)

Lo scenario futuro più probabile, tuttavia, ricalca quanto già avviene nel mondo delle piattaforme di streaming video e musicale come Netflix, Disney+ o Spotify. Gli editori potrebbero presto proporre diverse fasce di prezzo per lo stesso videogioco: un abbonamento o un prezzo di listino classico, totalmente privo di annunci, e un piano tariffario ridotto, più economico, finanziato in parte dalle interruzioni commerciali.

Ovviamente resta sul tavolo l’ipotesi più temuta e odiata dai videogiocatori: lo stop forzato dell’azione per visualizzare uno spot video non saltabile nel bel mezzo di una sessione. È evidente che l’accettazione da parte del pubblico dipenderà interamente dalla trasparenza e dal tipo di inserzione scelto; tollerare un manifesto pubblicitario coerente con il panorama urbano di un gioco è decisamente più facile rispetto a un video invasivo che interrompe bruscamente il flusso della partita.

La diffidenza della community e il cambio delle abitudini

I consumatori manifestano già da tempo una profonda stanchezza nei confronti delle strategie di monetizzazione aggressive. Tra microtransazioni, battle pass, contenuti premium scaricabili (DLC) ed edizioni speciali, la community avverte spesso la sensazione che i giochi vengano frammentati per estrarre più denaro possibile dopo l’acquisto.

Di conseguenza, l’introduzione della pubblicità su PC e console viene accolta con forte sospetto. Nessun utente è disposto a pagare un titolo a prezzo pieno per poi ritrovarsi sommerso dagli annunci pubblicitari. Per riuscire a convincere i giocatori, gli editori dovranno necessariamente offrire un ritorno economico immediato e tangibile, traducibile in sconti consistenti sul prezzo di copertina, l’azzeramento dei costi di accesso o la concessione di bonus in-game di grande valore.

Bisogna però riconoscere che i costumi e le abitudini di consumo cambiano rapidamente. La nostra società ha ormai metabolizzato i piani di abbonamento low-cost supportati dalla pubblicità nel cinema e nella musica, accettando piccoli compromessi visivi pur di alleggerire le spese fisse mensili.

Il settore del gaming è pronto a seguire questa stessa traiettoria? Voi cosa ne pensate? Sareste disposti a sacrificare un briciolo di immersione virtuale pur di vedere scendere il prezzo dei videogiochi al dettaglio?

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