Indice
- Le origini del male: l’avidità della Soltari e la crisi della Terra
- Arjun e Nitya: un matrimonio tossico e un omicidio insabbiato
- Il paradosso di Carcosa: la distorsione del tempo e la Spiaggia Gialla
- Il tragico destino della Echelon II e della Echelon III
- La missione della Echelon IV: la verità dietro il viaggio di Arjun
- Spiegazione del Primo Finale: Il Trono d’Oro (Il loop dell’Ego)
- Il segreto della Lucenite e della Serenite
- Spiegazione del Vero Finale: Il Precipizio Blu (L’Accettazione)
- Appendice Opzionale: La vera storia di Carcosa
Vi raccontiamo nel dettaglio la complessa trama psicologica e i segreti nascosti nell’universo lovecraftiano di Carcosa, l’ultimo capolavoro sci-fi dagli autori di Returnal.
Se siete arrivati fino a questo punto, significa che avete affrontato a viso aperto gli orrori cosmici di SAROS, l’ultima, maestosa fatica dello studio di sviluppo finlandese Housemarque.
Magari siete stati così meticolosi da sbloccare il finale segreto, o forse avete passato ore a raccogliere ogni singolo audiolog e registro testuale nascosto tra le ciclopiche rovine del pianeta Carcosa. Eppure, è quasi certo che vi siate posti la fatidica domanda: cosa è successo davvero in questo gioco?
Non siate i soli a essere rimasti disorientati. La narrazione di SAROS è volutamente frammentata, distorta dal tempo, dallo spazio e dalla progressiva follia dei suoi stessi protagonisti.
In perfetto stile con la tradizione dello studio — già celebre per i labirinti mentali di Returnal —, la trama non viene servita su un piatto d’argento, ma richiede una vera e propria operazione di archeologia videoludica. Mettetevi comodi: l’universo di SAROS è un viaggio d’andata e ritorno verso l’inferno della psiche umana.
ATTENZIONE: Questo articolo contiene pesanti anticipazioni sulla trama, sui boss e su tutte le conclusioni del gioco. Se non avete ancora completato l’avventura, vi consigliamo di interrompere la lettura per non rovinarvi l’esperienza.
Le origini del male: l’avidità della Soltari e la crisi della Terra
Per comprendere l’incubo fantascientifico di Carcosa dobbiamo prima guardare alle sue origini, che affondano le radici nel fango e nella decadenza della Terra.
In un futuro prossimo, il nostro pianeta non è più guidato dalle nazioni, ma è governato da colossali megacorporazioni. Si tratta di entità commerciali spietate che hanno sostituito i governi centrali e la cui avidità si è ormai estesa ben oltre i confini del sistema solare. La più grande, ricca e potente di queste corporazioni è la Soltari.
La svolta per le sorti dell’umanità avviene con la scoperta del millennio: un pianeta remoto, oscuro e profondamente ostile, ribattezzato Carcosa. Questo mondo ospita nel suo sottosuolo enormi giacimenti di un minerale sconosciuto dalle proprietà miracolose, chiamato lucenite.
Le proiezioni economiche e scientifiche della Soltari parlano chiaro. Sulla Terra incombe una crisi energetica senza precedenti, e la lucenite rappresenta l’unica risposta possibile. Un solo grammo di questo materiale, infatti, è in grado di alimentare un’intera metropoli per un decennio.
La lucenite è l’oro del nuovo millennio, un tesoro inestimabile capace di generare trilioni di dollari di entrate annue. Di fronte a un simile profitto, la Soltari è disposta a sacrificare qualsiasi cosa — e chiunque — pur di garantirsi il monopolio dell’estrazione.
Arjun e Nitya: un matrimonio tossico e un omicidio insabbiato
È in questo spietato contesto socio-politico che facciamo la conoscenza dei due veri protagonisti della storia: Arjun Devraj, l’uomo che controlliamo pad alla mano, e sua moglie Nitya Chandran.
I due si conoscono fin dall’infanzia, ma la loro relazione da adulti si è trasformata in un abisso di tossicità e dolore. Grazie alla sua brillante carriera nel campo dell’ecologia, Nitya viene selezionata dalla Soltari per far parte della primissima missione scientifica su Carcosa, denominata Echelon I. Il suo compito è cruciale: studiare la flora e la fauna locale, gettando le basi biologiche per le future colonie estrattive.
Inizialmente Nitya è tormentata. Accettare la chiamata della Soltari significa intraprendere un viaggio di sola andata, abbandonando per sempre la via sulla Terra. Tuttavia, il suo matrimonio con Arjun è ormai giunto al capolinea. Arjun è un uomo profondamente spezzato, afflitto da un grave alcolismo e da scoppi di rabbia violenta, una spirale autodistruttiva che ha tragicamente ereditato da un padre violento.
Nel mondo civile, Arjun lavora come Enforcer, una sorta di mercenario della sicurezza privata per corporazioni minori. Al si fianco c’è il partner lavorativo nonché migliore amico, Sebastian Torres. Il loro è un lavoro sporco, fatto di violenze metropolitane e pesanti compromessi morali, ma la realtà privata di Arjun è ancora più torbida: è un marito infedele, assente e manipolatore.
Sebastian, logorato dal senso di colpa per la vita criminale che conducono e desideroso di salvare l’amico dal collasso definitivo, decide di intervenire. Il suo piano è rivelare a Nitya la verità sui tradimenti e sulla reale condotta di Arjun, sperando che questo shock costringa l’amico a cambiare rotta.
Quando Arjun scopre le intenzioni del partner, viene accecato da una furia cieca e incontrollabile. Durante una colluttazione fatale nel loro quartier generale, Arjun uccide Sebastian.
Nonostante l’esperienza da Enforcer permetta ad Arjun di insabbiare l’omicidio, facendolo passare per un incidente sul lavoro legato a una faida corporativa, il senso di colpa inizia a divorarlo dall’interno.
Il rapporto con Nitya si sgretola definitivamente. La donna, ormai consapevole che non è rimasto più nulla da salvare, prende la sua decisione: si unirà alla missione Echelon I. Prima di imbarcarsi per le stelle, come ultimo e doloroso atto di addio, Nitya restituisce ad Arjun il ciondolo dorato a forma di sole che lui le aveva regalato da bambina.
Questo oggetto, simbolo di un amore ormai corrotto e tramontato, diventerà l’ossessione centrale e il fulcro visivo dell’intero gameplay di SAROS.
Il paradosso di Carcosa: la distorsione del tempo e la Spiaggia Gialla
A questo punto, la cronologia degli eventi si trasforma in un vero e proprio incubo relativistico. La Soltari, spinta dall’avidità, non invia una sola missione, ma programma tre spedizioni a breve distanza temporale: la Echelon I, la Echelon II e la Echelon III.
Sulla carta, ciascuna flotta dovrebbe raggiungere Carcosa a pochi mesi di distanza dall’altra. Tuttavia, il pianeta non risponde alle normali leggi della fisica terrestre. Carcosa è sovrastato da un’eclissi perenne, un’anomalia astrale che distorce pesantemente lo scorrere del tempo, un ciclo cosmico noto come Saros.
A causa di questa distorsione quantistica, quando la Echelon I atterra su Carcosa si ritrova completamente isolata. Per gli scienziati della prima spedizione passano decenni, poi secoli, in un esilio senza fine, mentre sulla Terra sono trascorsi appena pochi mesi.
Durante questo tempo infinito, la sanità mentale dell’equipaggio inizia a vacillare. Tra le macerie dell’isolamento, però, sbocciano anche sentimenti inaspettati. Nitya trova finalmente il vero amore tra le braccia di Kiira Varus, la tecnica della spedizione.
Le due donne, allontanandosi progressivamente dal resto del gruppo, piantano i semi di un albero di Banyan — una tradizione terrestre che Nitya aveva ironicamente appreso proprio dalla famiglia di Arjun — per creare un santuario naturale, un rifugio sicuro lontano dalla crescente oscurità del pianeta.
Nel frattempo, il resto della Echelon I sta sprofondando in un baratro senza ritorno. Il geofisico della squadra, Micah Wild, esplorando le lande desolate del pianeta, è il primo a stabilire un contatto con un’entità incomprensibile che risiede oltre i veli della realtà fisica. Questa forza cosciente viene chiamata nei registri la Spiaggia Gialla (Yellow Shore).
I diari di testo la descrivono con parole da brivido: “l’occhio del bisogno”, “il dio dei desideri”, “l’insaziabile banchetto della volontà”. La Spiaggia Gialla non è un luogo geografico, ma un errore cosmico di matrice lovecraftiana, un’entità parassitaria che si nutre delle aspirazioni, delle ambizioni, dell’avidità e delle ossessioni della mente umana.
Micah Wild, completamente sopraffatto da questo potere alieno, apre le menti degli altri membri dell’equipaggio all’influenza dell’entità. La Spiaggia Gialla sussurra a ciascuno di loro, promettendo di realizzare i loro sogni più reconditi di grandezza.
Sotto l’influenza di questa forza, gli scienziati della Echelon I subiscono una metamorfosi agghiacciante sia fisica che psicologica: smettono di essere ricercatori e si autoproclamano dei, diventando i Signori di Carcosa.
Arnold Delroy, il comandante della spedizione affetto da un profondo complesso di superiorità, si autoproclama il Re della Spiaggia Gialla. Nitya, inizialmente riluttante, viene infine corrotta dall’immenso potere e ne diventa la Sacerdotessa.
Tuttavia, la natura stessa della Spiaggia Gialla è il desiderio insaziabile. Più potere ottengono, più ne desiderano. Ogni singolo Supremo (gli Overlord), invidioso del potere di Delroy, si allea scatenando una brutale guerra civile contro di lui per spodestarlo e prendere il suo posto sul trono. Questo conflitto divino devasterà la superficie del pianeta per secoli.
Nel caos di questa guerra millenaria, Nitya viene isolata dopo aver perso la guerra e comprende di essersi spinta troppo oltre. In segreto, inizia a sviluppare due tecnologie rivoluzionarie per cercare di correggere i propri errori:
- Constant: un macabro supercomputer ibridato con la coscienza collettiva di tutti i caduti di Carcosa, una banca dati vivente che funge da barriera cibernetica per bloccare l’accesso fisico alla Spiaggia Gialla, creato proprio durante il suo esilio.
- Il Preservatore: un dispositivo portatile in grado di purificare parzialmente la corruzione cosmica, permettendo a Nitya di regredire dalla sua mostruosa forma divina per ritrovare una parvenza della sua umanità originale.
Il tragico destino della Echelon II e della Echelon III
Mentre la Echelon I combatte la sua guerra fratricida, nei cieli di Carcosa appare finalmente la seconda spedizione, la Echelon II. Per la Terra è passato pochissimo tempo, ma sul pianeta sono trascorsi secoli.
La Echelon II non è un piccolo team di scienziati, ma una massiccia forza lavoro composta da migliaia di minatori, ingegneri e operai inviati per l’estrazione intensiva della lucenite. Quello che trovano al loro arrivo non è una base di ricerca ad accoglierli, ma un pantheon di divinità folli.
I membri della Echelon II vengono immediatamente soggiogati dagli Overlord, che utilizzano il potere mentale della Spiaggia Gialla per piegarne la volontà. I lavoratori vengono ipnotizzati e ridotti in schiavitù, costretti a erigere i ciclopici monumenti che esploriamo durante il gioco. È la loro manodopera ad aver innalzato le immense cittadelle e la grande diga nera che ha trasformato le floride pianure del pianeta nelle putride paludi infette della Palude Nera, il quarto bioma del gioco.
Il destino della Echelon II, però, è ben peggiore della semplice schiavitù. È per volere di Nitya stessa che i coloni subiscono una trasformazione aberrante: spinta da un desiderio distorto e mosso dalla cupidigia divina, la Sacerdotessa li plasma e muta orribilmente i loro corpi.
Gli esseri umani perdono la loro forma e si trasformano nella grottesca fauna ostile che affrontiamo nel gioco: gli Ostiomov, i Sunflayer e i Lethaliflexion non sono creature native di Carcosa, ma i resti deformati e riplasmati dei coloni della Echelon II.
I lavoratori che non si sono mutati in bestie di carne sono stati fusi con la tecnologia industriale per creare i Golem meccanici che pattugliano le rovine. I Custodi, i Guardiani e gli Araldi sono macchine alimentate da coscienze umane intrappolate, costrette in un tormento eterno a fare la guardia ai templi dei loro stessi aguzzini.
Questa rivelazione rende ogni scontro a fuoco nel gioco profondamente macabro: quando spariamo, non stiamo uccidendo alieni, ma stiamo applicando l’eutanasia a generazioni di esseri umani corrotti dalla Soltari e dalla follia dei loro simili.
In questo scenario apocalittico atterra la Echelon III, un’enorme nave coloniale che trasporta civili, personale amministrativo, famiglie e volontari. Trovandosi isolati, senza direttive dalla Terra e circondati da mostri, i civili precipitano rapidamente nel panico. La paranoia si diffonde come un virus e la società civile si sfalda in una manciata di giorni, dividendosi in fazioni che si massacrano a vicenda.
Tuttavia, la Echelon III introduce un elemento filosofico fondamentale. Lo psicologo della spedizione, il dottor Walker, comprende che se la Spiaggia Gialla è l’incarnazione del desiderio tossico, deve esistere un suo opposto metafisico. Walker teorizza e sperimenta l’esistenza del Precipizio Blu (Blue Precipice).
Come scopriamo nei diari del ricercatore Red Irvine, il Precipizio Blu non offre potere né sogni di gloria: offre l’abbandono, l’assoluta chiarezza e la rassegnazione. È il luogo spirituale in cui si accetta la cruda, dolorosa realtà delle cose, smettendo di lottare contro l’inevitabile. Per raggiungere il Precipizio Blu bisogna smettere di desiderare.
La missione della Echelon IV: la verità dietro il viaggio di Arjun
Arriviamo così al presente del gioco. Sulla Terra, la Soltari ha perso ogni contatto con le tre spedizioni precedenti. In preda alla disperazione per i trilioni di dollari a rischio, la corporazione invia una quarta squadra d’élite, la Echelon IV, composta da Enforcer militari per scoprire cosa sia andato storto.
È qui che ritroviamo Arjun Devraj, il quale si è arruolato volontario per un unico, ossessivo motivo: ritrovare sua moglie Nitya. Non appena l’astronave entra nell’atmosfera di Carcosa, l’influenza della Spiaggia Gialla colpisce il team.
Uno dei soldati, Tharn, impazzisce sul colpo, sabota i motori e fa precipitare la nave, distruggendo l’unica via di fuga della spedizione. Arjun si risveglia da solo e inizia la sua letale marcia attraverso i resti di questo impero defunto.
Quando finalmente riesce a ricollegarsi ai pochi sopravvissuti della sua squadra nel Passaggio — l’hub sicuro che funge da base operativa per il giocatore —, emerge un dettaglio temporale sconvolgente: per Arjun sono passate poche ore dallo schianto, ma per i sopravvissuti nel Passaggio sono trascorsi interi giorni.L’eclissi di Saros distorce il tempo anche solo spostandosi di pochi chilometri.
La situazione nel rifugio degenera rapidamente. La comandante Sheridan giustizia Tharn per il suo tradimento, ma poco dopo perde a sua volta il senno, costringendo Arjun a ucciderla per difendersi. I membri della Echelon IV si disperdono: Alab e Lina si avventurano verso la Spiaggia Gialla e vengono annientati, Stack impazzisce dipingendo visioni profetiche sui muri, e solo Kaila riesce a resistere.
Kaila aiuta Arjun dal laboratorio della base. Più avanti scopriremo che il motivo della straordinaria resistenza mentale di Kaila è legato alla sua affinità con il Precipizio Blu: i suoi occhi diventano azzurri, segno visibile che ha accettato la realtà senza alcuna illusione.
Arjun, nel frattempo, prosegue la sua carneficina guidato dallo spirito di Kiira Varus, legato all’albero di Banyan. Kiira cerca ripetutamente di aprirgli gli occhi, spiegandogli che Nitya non lo ama più, che si è rifatta una vita e che il suo desiderio di salvarla è solo un capriccio narcisistico.
Arjun è sordo alla verità. Come gli rinfaccia l’allucinazione di Sebastian — l’amico che ha ucciso e che ora infesta la sua mente come un fantasma della coscienza —, Arjun non vuole salvare sua moglie: vuole solo l’idea di lei, l’illusione di essere l’eroe della sua stessa storia distorta.
Durante il viaggio, Arjun affronta e massacra i boss del gioco, ognuno dei quali rappresenta la tragica devoluzione di un essere umano consumato dai propri difetti:
- Il Profeta (Micah Wild): il primo a scoprire la Spiaggia Gialla, ora ridotto a un ammasso di putridume esiliato nelle profondità dal Re che lui stesso aveva aiutato a innalzare.
- Il Baluardo e L’Architetto (Garcia): due enormi manifestazioni separate della psiche dell’ingegnere capo della sicurezza, ora prigioniero della sua stessa fortezza meccanica.
- Il Pastore (Koudil): fuggito negli oceani di Carcosa e tramutato in un leviatano marino alimentato da pura furia animale.
- Legione: una massa informe e autoreplicante che rappresenta le migliaia di lavoratori della Echelon II, fusi insieme in una singola, tormentata entità che cerca costantemente di ricostruire se stessa con parti della propria carne.
Spiegazione del Primo Finale: Il Trono d’Oro (Il loop dell’Ego)
Dopo aver superato le difese di Constant e aver sconfitto il comandante Arnold Delroy — trasformatosi in un incubo d’oro e tentacoli spinto solo da una meschina invidia aziendale —, arriviamo alla prima scelta finale.
Se decidiamo di cedere al rancore e all’ossessione, Arjun, credendo di aver compiuto il suo destino eroico, afferra la corona e assorbe l’energia della Spiaggia Gialla. Immediatamente, il suo corpo viene squarciato e ricostruito dalle radiazioni dorate: Arjun diventa egli stesso un mostro ripugnante, il nuovo Re di Carcosa.
Al suo fianco appare Nitya, devota, sottomessa e amorevole, che gli pone la corona sul capo. Ma questa non è una vittoria. La telecamera si allontana con una panoramica cosmica, rivelando che il trono di Arjun è solo uno dei mille filamenti d’oro intrappolati in un vuoto cosmico asfissiante.
La Spiaggia Gialla non è stata sconfitta, ha vinto. Ha dato ad Arjun esattamente ciò che il suo ego tossico desiderava: un’illusione di potere e una finta moglie obbediente. Arjun è dannato in un loop temporale eterno, prigioniero della sua stessa insaziabile avidità.
Il segreto della Lucenite e della Serenite
Ma come è possibile che un intero pianeta si trasformi nel riflesso della mente di un uomo? La risposta è scritta nelle descrizioni della serenite, la risorsa blu che usiamo nel gameplay per sbloccare i potenziamenti permanenti.
Il database di gioco recita che la serenite è un minerale capace di “rendere tangibile l’intangibile”. Questa è la chiave di lettura dell’intero titolo di Housemarque. Carcosa non era originariamente un pianeta di mostri e castelli grotteschi: la Spiaggia Gialla e la serenite hanno plasmato la materia del pianeta traendo ispirazione diretta dall’inconscio collettivo degli umani che vi sono atterrati.
I mostri, le rovine, le armi e persino i loop temporali sono una manifestazione fisica dei traumi, dei peccati e dei desideri dell’equipaggio. Il sole perenne a forma di eclissi che troneggia nel cielo di Carcosa ha la stessa identica forma del ciondolo d’oro di Nitya, perché il pianeta ha estratto l’immagine dall’ossessione più radicata di Arjun. SAROS è un inferno psicologico reso carne e pietra.
Spiegazione del Vero Finale: Il Precipizio Blu (L’Accettazione)
Per ottenere il vero finale dobbiamo rifiutare questo ciclo di illusioni. Attraverso i ricordi raccolti nei biomi e l’uso del Preservatore costruito dalla vera Nitya, Arjun riesce a sbloccare un percorso alternativo che lo conduce al cuore del Precipizio Blu.
La spiaggia non è più dorata, ma avvolta da una malinconica e rilassante luce azzurra. Qui la Spiaggia Gialla tenta un ultimo, disperato assalto per corromperlo, facendo mutare il suo braccio in una morsa dorata.
Arjun, finalmente, compie il suo arco evolutivo: afferra il ciondolo del sole — il simbolo fisico della sua incapacità di lasciare andare la moglie — e con un gesto di pura rinuncia lo scaglia nelle profondità dell’oceano azzurro.
Abbandonando il desiderio di possesso, il Precipizio Blu si stabilizza. L’illusione svanisce ed è qui che compare la vera Nitya. Non è una dea adorante, non è una moglie felice di vederlo: è stanca, ferita e profondamente triste. Lo guarda e gli dice la verità più dura di tutte: “Questo era il mio sogno, Arjun, non il tuo”.
Nitya aveva scelto di fuggire su Carcosa per sottrarsi alla sua violenza e trovare la sua strada con Kiira. Lui, seguendola fin lì, ha solo finito per distruggere tutto una seconda volta.
Arjun, seduto sulla sabbia blu, schiacciato dal peso dei suoi peccati terreni — l’alcolismo, l’omicidio di Sebastian, la tossicità del suo amore —, finalmente cede. Con le lacrime agli occhi, Arjun chiede scusa a Nitya: non per non essere riuscito a salvarla, ma per non aver avuto il coraggio di lasciarla in pace quando era sulla Terra.
Il gioco si chiude con una scena di un realismo emotivo straziante. Nitya e Arjun guardano insieme l’orizzonte di Carcosa. Da una parte si staglia l’eclissi aliena, dall’altra luci rosse e blu iniziano a riflettersi nell’acqua, assumendo la forma delle sirene della polizia terrestre che Arjun non ha mai smesso di temere dopo l’omicidio del suo partner.
Nitya gli chiede cosa farà adesso. Arjun è solo, in un universo fratturato e senza più uno scopo, ma per la prima volta nella sua vita è un uomo lucido che ha accettato la realtà per quella che è.
SAROS non è solo un brutale e frenetico gioco d’azione fantascientifico; è un’opera psicologica profonda su come il nostro rifiuto di accettare gli errori e la nostra ossessione per il controllo possano letteralmente costruire l’inferno attorno a noi. Il capolavoro di Housemarque ci insegna che l’unico modo per fuggire da quell’inferno non è combattere con le armi, ma avere il coraggio di lasciare andare ciò che non ci appartiene più.
Appendice Opzionale: La vera storia di Carcosa
La complessa narrativa di SAROS, il brutale action-roguelite di Housemarque, è volutamente frammentata. Per comprendere appieno la tragedia cosmica delle spedizioni Echelon, è necessario ricomporre il puzzle unendo i dati ottenuti sconfiggendo i nemici e l’osservazione delle rovine ambientali sparse per il pianeta. L’eclissi e l’ambiente non sono solo sfondi ostili, ma manifestazioni fisiche che riflettono la psicologia deviata dei coloni e l’influenza corruttrice del Re in Giallo.
La storia di Saros
Arrivammo, da un luogo lontano, credendo in noi stessi. Eravamo puri e impuri, non sapevamo nulla, volevamo tutto, inconsapevoli di essere stati chiamati. Per ognuno di noi uno scopo. Delroy avrebbe comandato, Micah cercato, Garcia costruito, Nitya e Koudil imparato, e io avrei connesso. Pionieri. Prigionieri. Comandammo e trovammo e costruimmo e imparammo, poi qualcos’altro si connesse con noi.
Micah lo trovò per primo, là fuori l’orizzonte. Che dormiva nell’eclissi. Toccò la sua stessa essenza e lui lo sentì. In quella carezza d’oro ardente venne trasformato. Tornò da noi con un nuovo scopo, un nuovo potere: un profeta e un re. Era ciò di cui non aveva mai immaginato di aver bisogno, e ora era tutto ciò che voleva. Essere stato così infimo e ora così grande. Si offrì di condividere il suo dono con noi, di mostrarci quella promessa d’oro ardente oltre l’orizzonte, così che anche noi potessimo sentirne lo splendore. Discutemmo e sognammo di luoghi oscuri, mani aguzze, troppe mani, inondate di luce gialla, che afferrano e prendono. Lo sapevamo, lo sapevamo. Ma non potemmo negarne la bellezza. Non potemmo rifiutare la luminescenza. E il sole morì ancora e ancora, la speranza con esso, e noi cominciammo a intravedere la salvezza. Così ognuno di noi prese la sua mano, prendemmo le sue tante mani e lui ci guidò.
Oltre l’orizzonte, incontrammo la sua gloria dorata. La sentimmo attraversarci il sangue e le ossa. Ci aprì gli occhi e la mente, trionfante e crescente. L’ultima cosa che ricordo, prima che il giallo prendesse la mia carne e il mio essere, è Delroy. Mentre la sua fronte ribolliva e si squarciava, fissava Micah, il povero e condannato Micah, con un tale odio, una tale fame, una tale incredulità furiosa. Perché non era lui? Ma poi dimenticai. Dimenticammo tutti. Avevamo nuove preoccupazioni, desideri grandiosi e ambizioni infinite. La Spiaggia gialla aveva parlato e noi avevamo ascoltato. Così Micah comandò e Garcia costruì e Nitya creò e Koudil riformò e io sussurrai tra i venti, riunendo tutto il suo insieme. Ma Delroy guardò e attese. Nelle sue stanze nella grande Cattedrale che avevamo costruito insieme, progettò qualcosa di più grande. Una grande opera, un’opera eterna. Ma le ossa sbagliate sedevano sul trono ardente. Così sussurrò le sue promesse con un ghigno contorto, finché capimmo, finché comprendemmo. Micah il debole. Micah l’indegno. Micah ci avrebbe condotti alla rovina. Micah che pensava soltanto a ciò che voleva, a ciò che gli serviva. Così prendemmo Micah e lo esiliammo, oltre la grazia del Giallo. Lo confinammo in una prigione marcescente nelle profondità sotto l’Ascesa. In profondità, il profeta della sozzura, impossibilitato a vedere l’eclissi, la morte urlante del sole.
Esultammo e piangemmo mentre Delroy si ergeva: il nostro leader, il nostro re, il nostro figlio e sole prescelto. E mentre il re usurpato al di sotto marciva, noi crescemmo e crescemmo. Il nostro volere così grandioso, il nostro scopo così certo. Questo mondo era il nostro regno, ogni foglia e ogni vita su di esso trasformate secondo il nostro disegno. Il sole splendeva e moriva, ancora e ancora, ogni bagliore era nostro. In principio furono le nostre menti ma seguì anche la carne. La corona sopra le nostre fronti, l’oro nei nostri occhi, le braccia che tutto avvolgono, le corone ardenti che emanavano e ricevevano la luce divoratrice dell’eclissi. Ciò che fummo non eravamo più, e non sapevamo cosa fossimo un tempo. Ci eravamo creduti eterni. Ciò fu sempre e sarà, noi, i figli e le figlie, i padri e le madri della Spiaggia gialla.
Ma volevamo di più. Infinita era la nostra abilità, infinita la nostra aspirazione, ma perché sporcare le nostre splendenti mani con la terra? Sapevamo che sarebbero arrivati e dopo lunghi anni, dopo che il sole morì e il nostro mondo venne riplasmato ancora e ancora e ancora, infine arrivò. L’orda di insetti. Migliaia e migliaia di anime affamate, che credevano di rivendicare le brillanti lacrime dorate della Spiaggia gialla per sé stessi, per darle agli imperi morenti su un mondo che stava affogando e salvarsi dal tormento che si meritavano. Ma ci trovarono, e noi trovammo loro. Li prendemmo, fino all’ultimo, e li spezzammo. Ci videro ma non ci riconobbero, così si prostrarono e implorarono. Una buona metà massacrata; il resto in catene e mandati a scavare e trasportare e demolire. Quando la diga nera svettò alta, una testimonianza del nostro splendore e un muro tra noi e loro, dall’alto osservammo coloro che erano rimasti, che ancora vivevano, ricoperti di sporcizia e disperazione. Vedemmo quanto volessero compiacerci, quanto desiderassero essere come noi. Così prendemmo la loro cupidigia e li riplasmammo. Fu lei; in parte fu lei. Che ciò si sappia, non dev’essere dimenticato. La Maga, la mia Nitya, così gentile e pura. Ma fu lei a cambiarli, gli insetti. Li riplasmò, rendendoli bramanti e bisognosi. Nuovi volti, nuova carne; specchi avvizziti di noi stessi. Demmo loro soltanto scarti, la più flebile delle promesse che un giorno avrebbero brillato e si sarebbero innalzati come noi, che chiunque sarebbe potuto diventare un Re. Mentimmo e ridemmo. Loro si affamarono e costruirono e combatterono per noi. Si accoppiarono e consumarono, finché tutto il mondo non fu a nostra immagine.
Un impero eterno, il regno dell’eclissi, l’avanguardia della Spiaggia gialla. Tutto quanto nostro, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Volevamo ogni cristallo sotterraneo splendente, ogni atomo del cielo sopra di noi, e volevamo tutto ciò che si trovava oltre, tra le giunture e le trame. Ma lui, il Re, un tempo uomo, si ergeva su tutti noi e ci manteneva al nostro posto. Ruoli inviolabili: l’Architetto, il Pastore, la Voce, la Sacerdotessa per sempre al suo fianco. E da qualche parte nelle profondità, sozzo e lamentoso, il Profeta dimenticato. Ognuno di noi si credeva un Re. Ma c’era Lui. Primo e ultimo, sempre Lui. Così venne da me, la Sacerdotessa, la mia Sacerdotessa, e mi disse ciò che dovevamo fare. Dovevamo riprenderci il mondo dalle Sue mani. La gente la amava: lei era la loro madre e il loro amore. Promise che avrebbe portato ognuno di loro alla Spiaggia. Lunghi anni erano trascorsi da che eravamo state insieme, dalla trasformazione delle nostre ossa, ma ancora ci conoscevamo, profondamente, amorevolmente. Fiducia, completa, persino in questo ciclo di cupidigia. Vide in Lui ciò che aveva già visto in un altro, tanto tempo prima, ciò da cui era fuggita per ottenere un nuovo giorno. E insieme promettemmo che sarebbe finita. Orchestrammo e sussurrammo e costruimmo il nostro esercito.
Eravamo pronte: ma ci sbagliavamo. Lui sapeva, in qualche modo Lui sapeva. Ci impegnammo ma non fu abbastanza, mai abbastanza. Ci separarono l’una dall’altra, Lei bandita, e io… Incorporea. La forma da me strappata. Un’eco, una Voce sulle ali del vento, un filo dell’Albero rosso. Mi credette morta, ma era ben peggio. Tutto ciò che mi era stato dato mi venne portato via. E fu in quel momento che ricordai. Chi ero un tempo. Tutto ciò che avevamo fatto insieme. I peccati della nostra avidità. In silenzio, piansi. Il Re scelse una nuova Sacerdotessa, poi un’altra e un’altra. Mai soddisfatto, eternamente diffidente. E se i figli affamati avessero amato Lei più di Lui? E in questo timore crebbe la debolezza. E questa debolezza fu notata. Il Pastore. Il maestro delle bestie. Mai soddisfatto del proprio ruolo. Sarebbe stato il suo momento. In questo momento di debolezza, il trono ardente sarebbe stato suo. L’aveva sempre bramato, gli era stato promesso dal primo mormorio della luce calante. Schierò i suoi mostri e marciò: in guerra contro il suo Re. Città rase al suolo, innumerevoli vite sulla pira. Il Re e il Pastore, entrambi troppo amati, entrambi con oceani di fedeli. Il nostro mondo in fiamme, i sogni in polvere, mentre gli dèi entravano in guerra.
Incorporea, io osservai. Preservata e rinata, lei attese: nuovamente sé stessa. Non le importava più. Voleva solo porre fine a tutto quanto. Avrebbe atteso fintanto che fosse stato necessario. Si nascose nelle terre selvagge maledette dal sole, con i suoi progetti e i suoi dispositivi, per centinaia di vite. Strisciando fuori dalla pozza nera, ogni volta sperando che fosse finita. Ogni volta che usciva dalla vasca, si ricordava che era anche un suo peccato, e si odiava per questo. Così tanto tempo fa, con il primo bagliore giallo, aveva creduto nella promessa della perfezione: nella grande guarigione di tutto ciò che era sbagliato. Ma il desiderio e il bisogno avevano catturato anche lei, e aveva costruito delle mostruosità. L’avidità e la fame: morte in lei, ma vive e urlanti nel Re e nel Pastore. Secoli di tumulti, torri di morti: finché l’Architetto non prese infine la sua decisione. Il Re. Scelse il Re. E così fu la fine. Il Pastore cadde. Il trono ardente non sarebbe mai stato suo. Giù giù giù nelle profondità venne bandito, con la muffa che gli cresceva sulla pelle e i pensieri dissolti. L’Architetto, la salvatrice del Re, chiese una ricompensa. Non era fede o lealtà dopotutto: solo opportunità. Avrebbe avvolto quelle grandi ali attorno al mondo e l’avrebbe battezzato suo. Al Re avrebbe lasciato il suo trono e il suo nome; totem vuoti. E così fino all’ultimo erano stati tutti traditori. Così lui prese la sua mente. Un’altra bestia nelle lande selvagge, a difendere la propria fortezza in suo nome, con furia animale.
Così rimase solo lui, e la sua Sacerdotessa in Giallo, che odiava, come aveva odiato tutte le sue sorelle prima di lei. Posò lo sguardo sul suo mondo in frantumi, e urlò. Non significava nulla, nulla di nulla. Re del crollo, re della disperazione, re degli insetti. Si meritava di più. E così se ne andò. Con i suoi prediletti, prese il largo, verso la lontana spiaggia. Nel Giallo. Una terra di fantasmi, il mondo assopito. Infanti perduti in attesa del ritorno del padre. Un giorno, un giorno, Lui sarebbe arrivato dall’eclissi e li avrebbe richiamati, portandoli verso la loro ricompensa. Infine, tutto ciò che volevano, che gli serviva. Si avvinghiarono alla fede, alle bugie.
E tutti gli anni passati e altri ancora. Attesero e si combatterono l’un l’altro e raccontarono le proprie storie e le proprie scritture. I loro vecchi dèi dormivano. Il profeta marcito, il pastore annegato, l’architetto piangente, la sacerdotessa incatenata. E io, una voce senza forma, alla deriva, chiamando il nome di Lei che si nascondeva, ma inascoltata, dimenticata. E poi il cielo sputò altri insetti alla ricerca del paradiso. Un terzo scaglione di desiderio, un terzo nido di bocche avide. Questi non vennero presi, poiché non c’era alcun re che potesse farlo. Al suo posto, un’eco di noi. Udirono il richiamo, sentirono il bisogno, e si distrussero per questo. La Spiaggia non aveva visto nulla in loro; solo il piacere della loro rovina. Nessuno avrebbe calpestato la via; nessuno avrebbe risvegliato gli antichi dèi dal sonno. Lei vide tutto, ovviamente. E ne fu spaventata. C’era stato un Re un tempo; ce ne sarebbe stato un altro. Altri sarebbero arrivati, sempre altri, e altri, e altri. Avrebbero cercato la via. Avrebbero cercato di diventare i figli eterni del Giallo. Sola, disperata, infine trovò uno scopo, dopo tutti quegli anni di solitudine. Sabotaggio. Una via negata. Niente più re, non più, non più. Se solo mi avesse sentita. Ti prego, Nitya. Sentimi, sentimi.
E poi, oh cielo e poi. Anni dopo, un quarto mezzo. Così piccolo e in così pochi questa volta. Ma uno che ardeva. Uno che venne visto. Uno il cui desiderio si spandeva come febbre, caduto tra vetri rotti e fiducia infranta. La Spiaggia ruggì trionfante. Il Re giallo ululò furioso. Lo sentirono, il Pastore e l’Architetto e la Sacerdotessa, persino il Profeta nel suo marciume. Si risvegliarono e attesero. E così lei sentì. E, nel terrore, seppe. Lui. Tra tutti, lui. Attraverso le stelle e ben oltre il tempo, vite di meraviglie e orrore e redenzione e rimorso e sollievo; così lontano nel tempo e nello spazio, eppure l’aveva trovata. Il sole è per sempre, avevano detto.
