La domanda che i francesi si stanno ponendo è semplice: ha ancora senso investire risorse pubbliche e frequenze in un mezzo che perde spettatori ogni anno?
Il nodo concreto riguarda le frequenze televisive che dall’11 dicembre 2027 torneranno disponibili in Francia, attualmente occupate da sei canali a copertura nazionale — tra cui TF1 Séries Films, L’Équipe e i tre canali del gruppo RMC. Cosa farne è una decisione che coinvolge soldi, copertura geografica e normativa sulla distribuzione dei servizi audiovisivi. La consultazione pubblica serve proprio a raccogliere posizioni prima che il governo prenda una direzione.
Perché il Digitale Terrestre potrebbe avere le ore contate
Il sottotesto è chiaro: il digitale terrestre è in declino, e i numeri lo confermano. La fruizione on demand ha eroso in modo strutturale gli ascolti lineari in tutta Europa, e le piattaforme di streaming hanno accelerato un processo che era già in atto prima della loro diffusione di massa. Il punto non è se questo cambierà, ma a quale velocità.
In Italia il dibattito non è ancora aperto in questi termini. Il processo di switch off allo standard DVB-T2 è ancora in corso, con nuovi canali aggiunti alle frequenze aggiornate e una progressiva dismissione di emittenti considerate ridondanti. Sul piano istituzionale, il digitale terrestre viene trattato come un’infrastruttura da ammodernare, non come un sistema da ripensare nella sua esistenza.
Eppure le domande che l’Arcom ha formalizzato in Francia valgono anche per il mercato italiano. Quante famiglie utilizzano il televisore esclusivamente attraverso il segnale terrestre? Quante dispongono di almeno un abbonamento a una piattaforma streaming, e lo usano come fonte principale di intrattenimento? I dati Auditel mostrano da anni una contrazione degli ascolti lineari, più marcata nelle fasce demografiche giovani.
Un dettaglio che arricchisce il quadro: la penetrazione del digitale terrestre in Italia è storicamente alta rispetto alla media europea, anche per ragioni geografiche — la copertura satellitare e via cavo è meno capillare nelle aree montane e rurali. Questo significa che un’eventuale transizione avrebbe impatti distribuiti in modo molto disomogeneo sul territorio, con alcune province dove il terrestre è ancora l’unico accesso pratico alla televisione.
La variabile che nessuna consultazione riesce ancora a calcolare con precisione è la velocità di adozione della banda larga nelle aree periferiche. Se la connettività cresce, il digitale terrestre perde il suo vantaggio strutturale come sistema di distribuzione universale. Se rimane lacunosa, qualsiasi dismissione accelerata produrebbe aree prive di accesso alla televisione generalista.
Quello che sta succedendo in Francia suggerisce che la domanda non è “se” il digitale terrestre verrà ridimensionato, ma entro quale orizzonte temporale e con quale architettura sostitutiva. Il modello più discusso prevede una migrazione verso la distribuzione ibrida — segnale terrestre per le aree non coperte da banda larga, streaming per le aree connesse — ma non esiste ancora un esempio europeo compiuto di questa transizione.
Il canale lineare che oggi si guarda dal divano sul segnale terrestre potrebbe diventare, nel giro di un decennio, un flusso IP gestito dagli stessi operatori che oggi trasmettono via antenna. Cosa succederà ai decoder acquistati durante il processo di switch off al DVB-T2, che in Italia ha già comportato una spesa significativa per milioni di famiglie, è una delle domande che nessuno ha ancora risposto.
