Videogiochi

Quando Nintendo andò controcorrente: i 20 anni di New Super Mario Bros. e la scommessa vinta della 2.5D

Artwork di New Super Mario Bros. con Mario e Luigi in salto, monete sospese, una pianta carnivora, un Koopa Troopa e un Goomba sullo sfondo colorato del Regno dei Funghi.

Nel maggio del 2006, mentre l’industria inseguiva il realismo e i mondi aperti in tre dimensioni, la casa di Kyoto dimostrò che il futuro del videogioco poteva risiedere nel perfezionamento del suo glorioso passato.

A metà degli anni 2000, l’industria dei videogiochi era impegnata in una frenetica e apparentemente inarrestabile corsa alla potenza tecnologica. Con l’avvento delle console di settima generazione, l’imperativo categorico per la maggior parte degli studi di sviluppo e dei giocatori era uno soltanto: abbandonare il passato. In quel preciso momento storico, la bidimensionalità veniva considerata dai più come un retaggio preistorico, un’architettura obsoleta superata dall’evoluzione stilistica e hardware.

Lo stesso idraulico baffuto di casa Nintendo aveva compiuto da tempo il grande salto, ridefinendo i canoni dell’esplorazione virtuale prima con il rivoluzionario Super Mario 64 e successivamente con il coloratissimo Super Mario Sunshine sul GameCube. La rotta del mercato globale era tracciata verso la complessità geometrica, la narrazione cinematografica e il realismo visivo. Eppure, proprio in quel momento di massima spinta verso il 3D, Nintendo decise di fare un’inattesa e clamorosa marcia indietro.

Dietro le quinte di un ritorno alle origini rivoluzionario

Il percorso che ha portato alla nascita di New Super Mario Bros., pubblicato originariamente per Nintendo DS nel maggio del 2006, iniziò con un interrogativo strategico tanto elementare quanto profondo: come era possibile restituire a Mario l’accessibilità universale delle origini senza far apparire il prodotto vecchio o superato? 

Confezione sigillata di New Super Mario Bros. per Nintendo DS appoggiata su una superficie chiara, fotografata in prospettiva laterale.
La confezione originale di New Super Mario Bros. per Nintendo DS, il capitolo che nel 2006 riportò Mario al platform bidimensionale con una veste moderna. (mistergadget.tech)

La risposta del team di sviluppo guidato dal director Shigeyuki Asuke e supervisionato da Takashi Tezuka risiedette in un’intuizione formidabile: fondere l’azione classica a scorrimento orizzontale (side-scrolling) con modelli poligonali dei personaggi interamente renderizzati in tre dimensioni.

Questa tecnica, comunemente definita dall’industria come “2.5D”, si rivelò l’anello di congiunzione perfetto. Da un lato permetteva di preservare la precisione millimetrica della fisica dei salti e dei comandi che avevano decretato il successo della saga su NES e Super Nintendo; dall’altro offriva un impatto visivo moderno, dinamico e ricco di animazioni fluide, elemento fondamentale per non sfigurare di fronte alla spietata concorrenza dell’epoca.

Il vero banco di prova per i designer della casa di Kyoto fu reinventare una formula collaudata senza snaturarne l’essenza profonda. Fu così che vennero introdotti potenziamenti (power-up) iconici rimasti nella storia del franchise, come il Fungo Gigante (Mega Mushroom), che trasformava Mario in un colosso distruttivo capace di radere al suolo porzioni di livello, e il Mini Fungo (Mini Mushroom), indispensabile per ridurne le dimensioni, aumentare l’altezza dei salti e scivolare all’interno di tubi millimetrici altrimenti inaccessibili.

L’obiettivo dei progettisti era duplice: mantenere il titolo immediato per il pubblico di massa e, contemporaneamente, stratificarlo con passaggi segreti, monete stella da collezionare e uscite alternative per appagare i videogiocatori più esperti (hardcore gamer). Dietro le quinte del progetto, tuttavia, lo scetticismo era palpabile.

Molti analisti e persino alcuni membri interni temevano che il pubblico, ormai assuefatto dalle produzioni ad alto budget e dal grande spettacolo visivo, potesse snobbare un’operazione apparentemente nostalgica. Ma i vertici della “Big N” credevano fermamente nell’idea.

Nintendo contro la dittatura della terza dimensione

Nel 2006, mentre i grandi blockbuster occidentali dominavano le classifiche puntando su trame mature, atmosfere cupe e sequenze d’intermezzo dal taglio hollywoodiano, Nintendo scese in campo con una filosofia diametralmente opposta.

Nessun intreccio narrativo cervotico, nessuna complicazione superflua: il focus era interamente incentrato sul gameplaypuro e sulla gratificazione immediata del giocatore. Rifiutando categoricamente di partecipare alla dispendiosa e omologante corsa alla pura performance grafica, Nintendo scelse di valorizzare l’architettura unica della sua console portatile del momento, il Nintendo DS.

Il gioco sfruttava in modo intelligente, seppur non invasivo, le peculiarità dell’hardware: il doppio schermo (dual-screen) permetteva di tenere costantemente sott’occhio la progressione all’interno del mondo di gioco senza interrompere l’azione, mentre lo schermo inferiore sensibile al tocco (touch screen) veniva utilizzato per gestire la riserva dei potenziamenti o per cimentarsi in una ricca selezione di minigiochi che richiedevano l’uso del pennino (stylet).

La filosofia di Satoru Iwata e la strategia dell’Oceano Blu

Questa scommessa apparentemente controtendenza non fu un caso isolato, ma rappresentò la perfetta applicazione pratica della visione industriale di Satoru Iwata, indimenticato presidente della compagnia, supportato dal genio creativo di Shigeru Miyamoto. 

Schermata di gioco di New Super Mario Bros. con Mario gigante che attraversa il livello travolgendo nemici e blocchi tra tubi verdi e colline colorate.
Il celebre Mega Fungo fu una delle idee più iconiche di New Super Mario Bros., aggiungendo spettacolo e varietà a una struttura platform rimasta fedele alle origini. (mistergadget.tech)

L’obiettivo strategico di Nintendo non era competere direttamente con i rivali sullo stesso terreno tecnologico, bensì ridefinire i confini del mercato creando uno spazio esclusivo e privo di concorrenza, applicando quella che nel marketing viene definita la “Strategia dell’Oceano Blu” (Blue Ocean Strategy).

Invece di rivolgersi unicamente alla nicchia degli appassionati di grafica fotorealistica, New Super Mario Bros. si propose come un ponte generazionale capace di unire i milioni di storici appassionati cresciuti con i capitoli degli anni ’80 e ’90 e una platea completamente nuova di videogiocatori casuali (casual gamer), attratti dalla natura immediata del Nintendo DS.

Il verdetto del mercato fu epocale e pose fine a qualsiasi discussione interna: il titolo registrò un successo planetario travolgente, superando la strabiliante quota di 30,8 milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Questo risultato non solo lo trasformò nel videogioco più venduto in assoluto per la famiglia di sistemi Nintendo DS, ma diede inizio a un fortunato e duraturo sotto-franchise (che ha visto capitoli su Wii, Nintendo 3DS, Wii U, fino alle recenti evoluzioni bidimensionali su Nintendo Switch).

A vent’anni di distanza da quella storica decisione, la lezione di Nintendo resta più attuale che mai: la potenza di calcolo e l’estensione dei mondi di gioco sono elementi di valore, ma il cuore pulsante di un videogioco risiede sempre nella sua capacità di divertire, emozionare e risultare accessibile a chiunque prema il tasto “Start”.

L’eredità di un capolavoro senza tempo

In definitiva, New Super Mario Bros. per Nintendo DS non è stato semplicemente un eccezionale successo commerciale, ma un vero e proprio manifesto politico e culturale all’interno della storia dei videogiochi. 

Nel momento di massima pressione mediatica verso l’omologazione tecnologica, la casa di Kyoto ha dimostrato che l’innovazione non passa necessariamente per l’aumento dei poligoni a schermo, ma per la riscoperta e il perfezionamento del puro divertimento interattivo. 

A due decenni dal suo debutto, l’opera ideata sotto la guida di Satoru Iwata rimane il perfetto esempio di come un brand leggendario possa guardare al futuro senza mai perdere il contatto con le proprie radici, confermando che il design intelligente e l’accessibilità universale sono dinamiche destinate a non invecchiare mai.

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