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Tra recensioni entusiastiche e feroci critiche social, il nuovo titolo di Annapurna Interactive riaccende il dibattito: un’esperienza può definirsi “videogioco” se manca la sfida tradizionale?
È successo qualcosa di molto particolare in questo ultimo fine settimana di maggio 2026. Mentre fuori splendeva un sole già estivo, io mi sono ritrovata chiusa in casa, incollata al PC, completamente assorbita da Mixtape. Con gli occhi ancora lucidi e la mente avvolta dalle note di una colonna sonora indimenticabile, ho fatto quello che facciamo tutti: ho aperto X (il caro vecchio Twitter) per leggere i pareri a caldo.
L’accoglienza della stampa specializzata è stata unanime: voti massimi e lodi sperticate per quella che viene definita un’odissea adolescenziale senza precedenti. Eppure, scendendo nei commenti, l’atmosfera cambia drasticamente. Una parte della community è salita sulle barricate, accusando Mixtape di avere un gameplay “troppo minimalista” e arrivando a sentenziare che, in fondo, non si tratti di un “vero videogioco”. Ma siamo sicuri che il valore di un’opera interattiva si misuri solo in base a quanti tasti dobbiamo premere al secondo?
L’eterno processo al genere narrativo
Per definizione, il videogioco implica una forma di impegno ludico, un’interazione tra l’utente e la macchina. Ma questo impegno deve per forza fare rima con sforzo e frustrazione? Personalmente, non trovo un divertimento immediato nei titoli punitivi di FromSoftware, come i leggendari Dark Souls o Elden Ring. In quelle esperienze soffro più di quanto non goda della sfida tecnica. Eppure, nessuno si sognerebbe mai di contestare il loro status di opere videoludiche fondamentali.
Allora perché Mixtape, solo perché sceglie di mettere da parte il “challenge” a favore dell’emozione pura, dovrebbe subire un trattamento diverso? L’interazione in Mixtape è reale, costante e serve a creare un’immersione mozzafiato.Se volessimo usare un termine tecnico tanto caro alla critica, potremmo dire che Mixtape raggiunge un’armonia ludonarrativa assoluta: quello stato di grazia, rarissimo, in cui le meccaniche di gioco e il racconto si fondono in un unico, inscindibile blocco emozionale.
Perché Mixtape è un gioco a tutti gli effetti (e anche di più)
Il cuore pulsante del titolo, sviluppato dai talentuosi ragazzi di Beethoven & Dinosaur (già autori dell’onirico The Artful Escape), è la sua colonna sonora. Gli sviluppatori non si sono limitati a scegliere dei brani: hanno scolpito il level design e il ritmo dell’interattività attorno a pezzi iconici della storia della musica.
Mentre accompagniamo i tre protagonisti nell’ultima serata prima del diploma, attraversiamo i loro ricordi sulle note di DEVO, Smashing Pumpkins, Joy Division o Iggy Pop. L’integrazione della musica è così viscerale che lo studio ha fatto una scelta coraggiosa e rischiosa: rifiutarsi di includere una “modalità streamer” (quella funzione che silenzia i brani protetti da copyright per evitare il DMCA strike). Per i creatori, amputare Mixtape di queste canzoni significherebbe strappargli l’anima. È una presa di posizione radicale che dimostra come l’integrità artistica dell’opera venga prima delle logiche di marketing.
Oltre gli alberi delle abilità e i boss imbattibili
Sarebbe giunto il momento di smettere di giudicare la qualità di un’opera interattiva basandosi esclusivamente sulla difficoltà dei boss, sulla complessità delle combo o sulla profondità degli alberi delle abilità. L’industria videoludica nel 2026 è ormai matura e abbastanza vasta da poter accogliere esperienze puramente emotive, brevi, ma sorrette da una direzione artistica allucinante.
Chi urla sui social che Mixtape “non è un vero gioco” si sta privando volontariamente di una delle opere più appassionate, sincere e toccanti dell’anno. La libertà del giocatore non si esprime solo nel superare un ostacolo, ma anche nel lasciarsi trasportare da un racconto che usa il controller come un ponte verso la propria memoria. Peggio per loro; noi, nel frattempo, ci godiamo il viaggio e rimbobiniamo la cassetta.