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Quasi tutti lo fanno, ma il phubbing con lo smartphone è un’abitudine devastante

Persone con telefono 29042026 Mistergadget.tech

Lì, tra poeti, fonetici e autori di cruciverba, è venuto al mondo il “phubbing”, crasi di phone (telefono) e snubbing (snobbare). Una parola nata a tavolino per descrivere un gesto che, nel frattempo, è diventato il rumore di fondo delle nostre esistenze: ignorare chi ci sta davanti per guardare lo schermo dello smartphone.

Oggi, quella che sembrava una trovata di marketing è una patologia sociale misurabile. Uno studio statunitense del 2025 ha monitorato oggettivamente l’attività digitale di 247 adulti, rivelando che trascorriamo il 27% del tempo passato con il partner fissando un display. Quasi un terzo della nostra vita relazionale è mediato da un rettangolo di vetro. L’aspetto più inquietante non è la distrazione in sé, ma la percezione: l’86% degli intervistati ammette di farlo quotidianamente, trasformando l’eccezione in norma.

Phubbing, l’abitudine che tutti ignoriamo

Immaginiamo una scena su un treno a lunga percorrenza, con i finestrini sporchi di graffiti e l’aria stanca dei pendolari. Due persone, un uomo di 35 anni e una donna di 55, siedono l’uno di fronte all’altra. Parlano, si sovrappongono, sembrano protagonisti di un film della Nouvelle Vague dove i dialoghi fluttuano nell’assurdo. “Perché?” chiede lui fissando il vuoto.

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Phubbing, l’abitudine che tutti ignoriamo-Mistergadget.tech

“Dovrebbe passare al supermercato, non credi?” risponde lei. Il mistero si scioglie quando ci si accorge che non stanno parlando tra loro, ma sono entrambi al telefono con terzi. È la versione estrema del phubbing: la “solitudine in stereo”.

Qui entra in gioco il concetto scientifico di intersoggettività, ovvero la capacità di due individui di costruire una realtà condivisa attraverso lo sguardo, il ritmo e i sottintesi. Lo smartphone non si limita a distrarre; demolisce le fondamenta stesse di questa costruzione comune.

Una tesi di dottorato dell’Università di Bordeaux del 2022 ha confermato che è fisicamente impossibile partecipare a due realtà contemporaneamente, nonostante l’illusione del multitasking. Quando scegliamo lo schermo, stiamo operando una rinuncia. E, come scriveva André Gide già nel 1897, scegliere significa sempre sacrificare tutto il resto.

Le conseguenze neurologiche del phubbing sono sovrapponibili a quelle dell’esclusione sociale o del rifiuto. Il nostro cervello non distingue tra un partner che risponde a una mail e uno che ci ignora deliberatamente; registra semplicemente un segnale di “scarto”. Una meta-analisi pubblicata su Frontiers in Psychology nel 2025, che ha aggregato 52 studi su quasi 20.000 persone, definisce il “partner-phubbing” come una forma di micro-tradimento che erode la fiducia e la vicinanza emotiva.

Forse la vera intuizione non sta nel condannare lo strumento, ma nel riconoscere che abbiamo accettato una nuova forma di asilo politico: ci rifugiamo nel digitale per non dover gestire l’attrito della presenza fisica. È curioso notare come, paradossalmente, siamo diventati abilissimi nel leggere le notifiche ma incapaci di interpretare un volto che sta per piangere a trenta centimetri da noi.

Siamo presenti come corpi, ma assenti come testimoni, trasformando ogni cena o viaggio in un atto di presenza puramente statistico. Se smettessimo di guardare il display, il film della nostra vita passerebbe istantaneamente dalle sfumature cerebrali di Eric Rohmer al calore caotico di Claude Lelouch. Ma per farlo, bisognerebbe avere il coraggio di chiudere la chiamata.

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