News

Dalla Terra alla Luna: scopri la tecnologia di Artemis II (e del computer di bordo)

Artemis II (Fonte: ESA)

Oggi ti portiamo dietro le quinte della sala macchine informatica delle missioni lunari. Come siamo passati da memorie tessute a mano a processori multicore capaci di resistere a tempeste solari? Scopri la tecnologia di Artemis II e del suo computer di bordo.

Quando guardi il tuo smartphone, hai tra le mani una potenza di calcolo milioni di volte superiore a quella che permise a Neil Armstrong e Buzz Aldrin di atterrare nel Mare della Tranquillità. La realtà dietro questa affermazione è molto più complessa e affascinante di un semplice confronto.


L’eredità dell’Apollo Guidance Computer (AGC)

Per capire dove stiamo andando con la tecnologia di Artemis II, dobbiamo prima onorare il miracolo tecnico dell’AGC (Apollo Guidance Computer). Negli anni ’60, l’informatica era fatta di mainframe grandi quanto stanze. L’idea di inserire un computer portatile che pesava comunque circa 32 kg all’interno di una capsula spaziale, era pura fantascienza.

Computer mainframe anni
Il CSIRAC (Council for Scientific and Industrial Research Automatic Computer) presente al Museums Victoria in Australia (MisterGadget.tech)

L’AGC è stato il primo computer a utilizzare i circuiti integrati, una scelta che all’epoca fu considerata un rischio enorme. La sua memoria era divisa in due tipi: la RAM (Erasable Memory) e la ROM (Fixed Memory). La particolarità? La memoria fissa era la cosiddetta Core Rope Memory, letteralmente dei fili di rame tessuti a mano attraverso anelli di ferrite. Se il filo passava dentro l’anello era un 1, se passava fuori era uno 0. Questo rendeva il software letteralmente indistruttibile e immune alle radiazioni, ma rendeva impossibile qualsiasi aggiornamento “over-the-air”.

Il linguaggio di programmazione era l’Assembly, ottimizzato al limite dell’impossibile. Ogni singolo ciclo di clock del processore, che girava a circa 2 MHz, era prezioso. Eppure, quel sistema riuscì a gestire la navigazione inerziale, il controllo dei motori e l’interfaccia utente (il mitico DSKY). La lezione che l’AGC ci ha lasciato, e che Artemis eredita, è la priorità assoluta della determinazione: in un sistema critico, il computer deve rispondere in tempo reale, sempre, senza eccezioni.

La resilienza del silicio nel programma Artemis II

Veniamo al presente, o meglio, al futuro prossimo. La capsula Orion, il cuore del programma e della tecnologia di Artemis II, non si affida a un solo computer, ma a un’architettura distribuita estremamente sofisticata. Il sistema di volo è composto da due VMC (Vehicle Management Computers). Qui troviamo la prima sorpresa tecnologica che potrebbe spiazzarti: Orion non usa l’ultimo processore uscito per i gaming PC. Al contrario, utilizza processori PowerPC 750FX, un’architettura che potresti aver trovato nei vecchi iBook G3 dei primi anni 2000. Perché questa scelta? La risposta è una sola: affidabilità e resistenza alle radiazioni.

Lancio ORION
Lancio del veicolo spaziale Orion per la missione Artemis II (Fonte: ESA)

Nello spazio profondo, lontano dalla protezione della magnetosfera terrestre, i circuiti integrati sono bombardati da particelle ad alta energia. Un processore moderno con transistor a 3 nanometri è estremamente vulnerabile: un singolo protone può invertire un bit e causare un crash di sistema o, peggio, un comando errato ai motori. I processori utilizzati in Artemis II sono versioni rad-hard (radiation hardened), costruiti con processi che li rendono fisicamente più robusti e capaci di tollerare questi impatti senza interrompere le operazioni.

Inoltre, il sistema operativo di Orion è VxWorks, un sistema operativo real-time (RTOS) utilizzato anche nei rover marziani. La sua caratteristica principale è il determinismo: ogni operazione ha un tempo di esecuzione garantito. In una missione critica, non puoi permetterti che il cursore giri a vuoto perché un processo in background sta indicizzando i file; ogni microsecondo deve essere dedicato alla sicurezza dell’equipaggio e della missione.

Il computer che si cura da solo

Uno degli aspetti più interessanti della tecnologia di Artemis II è il concetto di ridondanza massiva. Mentre nell’era Apollo la ridondanza era limitata dal peso e dallo spazio, oggi possiamo permetterci sistemi che monitorano costantemente se stessi.

Orion dispone di due computer di volo identici che lavorano in parallelo. Ognuno di questi computer ha due schede madri che eseguono lo stesso software contemporaneamente. Se una particella cosmica colpisce un circuito e causa un errore di calcolo su una scheda, il sistema confronta i risultati tra le due schede (voto di maggioranza). Se c’è una discrepanza, la scheda sana esclude quella malata e il sistema continua a funzionare senza che gli astronauti avvertano la minima interruzione.

Ma non finisce qui. Artemis II introduce un livello di autonomia mai visto prima. Grazie all’intelligenza artificiale e ad algoritmi di Machine Learning pre-addestrati, la capsula è in grado di gestire guasti complessi in modo autonomo. Se durante il tragitto verso la Luna si verificasse una perdita di comunicazione con il controllo a terra (il famoso Houston), Orion ha a bordo mappe stellari digitali e sensori ottici avanzati che le permettono di navigare autonomamente usando le stelle come punti di riferimento, calcolando la rotta di rientro senza l’aiuto dei radar terrestri.

L’Interfaccia del computer di bordo ha il touchscreen

Un altro campo in cui la tecnologia di Artemis II riscrive le regole è l’interfaccia con cui gli astronauti interagiscono con il sistema. Se guardi le foto del cockpit di un modulo di comando Apollo, vedrai centinaia di interruttori a levetta, manopole e piccoli display numerici. Ogni interruttore aveva una funzione fisica precisa, collegata a chilometri di cavi.

In Orion, la filosofia è radicalmente diversa. Il cockpit è dominato da tre grandi display LCD e un numero limitato di controlli fisici. Gran parte delle operazioni avviene tramite interfacce digitali che possono essere riconfigurate in base alla fase della missione (lancio, orbita, rientro). Tuttavia, c’è una sfida tech unica: come si usa un touchscreen con i guanti di una tuta spaziale pressurizzata?

La soluzione della NASA non è stata quella di usare semplici schermi capacitivi come quelli dei nostri telefoni, ma sistemi a feedback tattile e schermi ottici che garantiscono la leggibilità anche sotto la luce solare diretta e non filtrata dello spazio. Inoltre, per le funzioni vitali (come l’attivazione dei sistemi antincendio o l’espulsione di emergenza), sono stati mantenuti interruttori fisici “old-school”, perché la meccanica resta più affidabile del software in situazioni di blackout totale.

Cosa ci insegna la tecnologia di Artemis II

Confrontare le missioni Apollo e Artemis II ci insegna che il progresso tecnologico nello spazio non segue la stessa velocità del mercato consumer. Mentre sulla Terra cambiamo smartphone ogni due anni inseguendo la velocità, nello spazio inseguiamo la certezza.

L’architettura tech di Artemis II è un capolavoro di equilibrio tra la potenza del calcolo moderno e la prudenza necessaria per proteggere vite umane a 380.000 chilometri di distanza da casa. Non stiamo solo tornando sulla Luna. Lo stiamo facendo con una consapevolezza digitale che rende lo spazio un luogo non più solo da visitare, ma in cui operare con la stessa sicurezza con cui gestiamo un centro dati sulla Terra.

Oggi il veicolo spaziale Orion è di rientro dalla sua missione Artemis II. Abbiamo avuto la fortuna, in questo momento difficile sulla terra, di assistere ad uno straordinario evento nel cielo.

Change privacy settings
×