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Dopo 15 anni con iPhone ho cambiato. E forse so anche perché Apple non mi basta più

Uno dei primi modelli di iPhone

Era il 2007. Steve Jobs aveva appena presentato l’iPhone sul palco del Macworld, e io — come molti appassionati di tecnologia in Italia — avevo capito immediatamente che stava succedendo qualcosa di importante. Qualcosa che andava oltre il solito annuncio di prodotto.

Per mesi ho girato con un iPhone con SIM AT&T, l’unico operatore con cui funzionava. In Italia, in roaming permanente, con bollette che oggi farebbero ridere ma all’epoca facevano piangere.

Lo usavo lo stesso. Perché quello che avevo in mano non era solo un telefono: era la prova che si poteva ricominciare da capo, che i paradigmi consolidati non erano leggi della fisica.

Nei diciotto anni successivi, iPhone è rimasto il mio dispositivo principale. La SIM importante, l’app della banca, i controlli della smart home, i codici di autenticazione: tutto lì.

Gli Android li usavo eccome — il mio lavoro è provare e raccontare la tecnologia — ma erano sempre il secondo telefono. Quello temporaneo. Poi tornava al mittente e l’iPhone restava.

Finché non è arrivato il Samsung Galaxy S26 Ultra. E per la prima volta ho invertito l’ordine.

Non è stata una decisione. È stata una deriva.

Non ho preso un foglio, fatto due colonne e tirato le somme. È successo in modo quasi impercettibile: mi accorgevo di prendere in mano l’S26 Ultra per primo, di completare certe operazioni più velocemente, di trovare meno resistenza nei flussi di lavoro che ripeto decine di volte al giorno.

La Edge Panel — quella linguetta laterale che apre un menu personalizzato di app e strumenti — sembra una cosa da poco finché non inizi a usarla. Poi diventa impossibile tornare indietro. Chi come me salta continuamente tra applicazioni durante la giornata sa quanto pesano i micro-secondi di attrito moltiplicati per cento.

C’è poi la gestione delle foto dopo lo scatto: modificare, ritagliare, pubblicare al volo. Con Android il flusso è più diretto. Con iPhone faccio spesso più passaggi per arrivare allo stesso risultato. Non è un dramma isolato: è rumore continuo.

Gemini, poi, ha cambiato il mio rapporto con l’assistente vocale. Non perché Siri sia inutile — per le richieste semplici funziona — ma perché Gemini capisce le domande articolate, contestualizza, risponde in modo utile quando la richiesta è complessa. L’integrazione con ChatGPT portata su Siri è un passo, ma la fluidità dell’interazione è ancora su un altro piano.

iPhone 17 Pro appoggiato su un tavolo
iPhone 17 Pro è uno dei dispositivi più completi che oggi si possano acquistare (mistergadget.tech)

E poi c’è una cosa che sembra banale ma che nella vita quotidiana pesa più di quanto si ammetta: il filtro chiamate spam. Ho installato due applicazioni su iPhone per gestire il problema, e continuavo a ricevere sollecitazioni commerciali. Sul Galaxy S26 Ultra il sistema integrato le identifica prima che io risponda, con un’efficienza che si nota da subito.

L’ultimo ostacolo tecnico — quello psicologico, in realtà — è caduto quando ho scoperto che il Galaxy S26 Ultra supporta Quick Share con compatibilità AirDrop. Per chi vive a metà tra i due ecosistemi come me, trasferire file tra il Galaxy e i Mac in redazione senza attrito non è una comodità opzionale. Era una condizione necessaria. Ora c’è.

Ma la domanda vera è un’altra.

Potrei chiudere qui con un semplice “il Galaxy S26 Ultra è un gran telefono e me ne sono innamorato”. Sarebbe vero, ma incompleto.

Perché mentre riflettevo su questo cambiamento, mi sono trovato a fare una domanda più scomoda: esiste ancora l’Apple che mi aveva convinto nel 2007?

Quell’Apple aveva un talento preciso: non entrava nei mercati esistenti, li inventava. L’iPod non era solo un lettore mp3 migliore degli altri: ridisegnava il rapporto tra le persone e la musica.

Il primo iPhone non era solo uno smartphone più bello: rendeva obsoleta un’intera categoria di prodotto nel giro di due anni.

L’iPad aprì un segmento che non esisteva. Gli AirPods cambiarono per sempre le aspettative sugli auricolari true wireless.

Ogni volta, Apple non diceva “anche noi facciamo quella cosa”. Diceva “quella cosa si fa così, e nessuno ci aveva pensato”.

Samsung Galaxy S26 Ultra: la S Pen la amerai
La S Pen del Galaxy S26 Ultra di Samsung è la killer feature (mistergadget.tech)

Oggi quella voce è più flebile. Siri accusa un ritardo di almeno due anni rispetto agli assistenti AI della concorrenza — in un momento in cui l’intelligenza artificiale è probabilmente la variabile più importante nell’evoluzione degli smartphone. 

iPhone Fold, quando arriverà, sarà la risposta a un mercato che Samsung, Huawei e altri hanno già plasmato. Sarà fatto benissimo — Apple è ancora bravissima nell’esecuzione — ma sarà comunque un inseguimento.

E poi c’è il MacBook con chip proprietario di nuova generazione che si posiziona aggressive sul prezzo per conquistare fette di mercato che non ha mai avuto. Una mossa legittima, ma lontanissima dal DNA di un’azienda che un tempo si rifiutava di competere sul prezzo e vinceva lo stesso.

Non sto dicendo che Apple stia fallendo. Sto dicendo che sta diventando un’azienda diversa: bravissima a ottimizzare, capace di fare cose molto buone, solida nell’ecosistema. Ma non più quella forza che apre varchi nel futuro e ti convince che il mondo può essere diverso da come lo conosci.

E forse è anche per questo che spostare la SIM principale mi è sembrato, alla fine, così naturale.

L’iPhone è ancora sul mio tavolo.

Lo uso ogni giorno. Non l’ho abbandonato, non l’ho rinnegato. Resta un dispositivo eccellente, e l’ecosistema Apple — Mac, iPad, AirPods — è ancora parte della mia quotidianità.

Ma adesso è il secondo telefono.

Ho impiegato diciotto anni ad arrivare qui. E la cosa più sorprendente non è il cambiamento in sé: è aver fatto il passo che rinviavo da tempo. Vedremo se Siri con i super poteri, se e quando arriverà, saprà spostare questo equilibrio.

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