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Il post virale scatena la reazione ufficiale: “Non abbiamo autorizzato nulla”
Un post pubblicato dall’account ufficiale della Casa Bianca ha acceso una polemica che unisce politica e cultura pop. L’immagine riprendeva grafica e font del nuovo gioco “Pokopia”, sostituendone il nome con lo slogan “Make America Great Again” (MAGA), associato alla campagna del presidente Donald Trump. Nell’elaborazione comparivano anche alcune creature iconiche del franchise Pokémon, tra cui Pikachu, Magikarp, Slowpoke e Pinsir.
La reazione non si è fatta attendere. The Pokémon Company ha dichiarato pubblicamente di non essere stata coinvolta nella creazione o diffusione del contenuto e di non aver concesso alcuna autorizzazione per l’uso della propria proprietà intellettuale.
La posizione ufficiale: neutralità e distanza
Attraverso una dichiarazione rilasciata al New York Times dalla portavoce Sravanthi Dev, l’azienda ha ribadito che il marchio Pokémon nasce con l’obiettivo di unire le persone in tutto il mondo e non è associato a posizioni politiche o agende specifiche.
Un punto chiave, perché l’utilizzo di personaggi e stile grafico riconducibili al franchise in un contesto politico rischia di essere interpretato come un endorsement implicito.
Va ricordato che Nintendo possiede una quota rilevante di The Pokémon Company, pur non coincidendo con essa. In parallelo, Nintendo è attualmente impegnata in una disputa legale contro il governo statunitense sui dazi introdotti dall’amministrazione Trump, chiedendo un rimborso. Un contesto che rende l’episodio ancora più delicato.
Non è il primo caso
Non si tratta di un episodio isolato. Già nel settembre 2025 il Department of Homeland Security aveva diffuso un video che riprendeva lo slogan storico “Gotta catch ’em all” per accompagnare immagini di operazioni di arresto condotte da agenti di ICE e della U.S. Border Patrol.
Anche in quell’occasione The Pokémon Company aveva precisato di non aver autorizzato l’uso del proprio brand. La dinamica è sempre la stessa: un franchise globale, immediatamente riconoscibile, viene utilizzato come leva comunicativa in un contesto politico. Ma quando il confine tra citazione, parodia e sfruttamento commerciale si assottiglia, entrano in gioco diritti di proprietà intellettuale e reputazione.
Videogiochi e politica: un rapporto sempre più stretto
Negli ultimi anni il mondo videoludico è diventato terreno di sperimentazione per campagne e messaggi politici. Nel 2020, ad esempio, la campagna elettorale di Joe Biden aveva utilizzato Animal Crossing: New Horizons per promuovere il voto, permettendo ai giocatori di visitare un’isola virtuale dedicata alla campagna.
In seguito a quell’iniziativa, Nintendo aveva introdotto linee guida più restrittive per limitare l’uso dei propri titoli in contesti politici.
L’episodio “Pokopia” dimostra che il tema è tutt’altro che chiuso. I videogiochi sono linguaggio contemporaneo, simbolo culturale, strumento narrativo. Proprio per questo diventano potenti veicoli di comunicazione. Ma quando entrano in ambiti divisivi come la politica, le aziende proprietarie dei brand tendono a ribadire con forza la propria neutralità.
Una questione di immagine (e diritti)
Al di là del dibattito politico, la vicenda riporta al centro una questione giuridica e strategica: l’uso non autorizzato di proprietà intellettuale in comunicazioni istituzionali.
Per aziende come The Pokémon Company, che costruiscono valore su immagine, coerenza e universalità del messaggio, l’associazione involontaria a un’agenda politica può rappresentare un rischio reputazionale significativo.
La cultura pop è potente. Ma non è neutra per definizione. E quando entra nel campo della propaganda, le reazioni possono essere rapide e ufficiali.