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C’è un modo sbagliato di visitare il Mobile World Congress, ed è quello di fermarsi agli smartphone. Chi lo fa — e sono tanti — torna a casa con la sensazione di aver visto poco, perché in effetti ha visto poco.
La verità è che solo una piccola porzione della fiera è dedicata all’hardware consumer. Il resto, la parte grande, quella che occupa padiglioni interi e attira le aziende che muovono davvero il mercato, parla un linguaggio diverso: è B2B, è infrastruttura, è futuro prossimo della comunicazione mobile.
Capire dove va il settore significa entrare in quei padiglioni, anche quando non ci sono smartphone lucidi da fotografare.
L’intelligenza artificiale è ovunque — anche dove non te l’aspetti
Non serve cercarlo: il tema dell’intelligenza artificiale permea ogni angolo della fiera, indipendentemente dal padiglione in cui ci si trova.
Dai modem alla gestione delle reti, dall’interpretazione dei dati alle soluzioni di robotica, l’AI non è più un elemento distintivo di qualche stand — è l’aria che si respira. Ogni azienda, grande o piccola, la cita, la integra, la promette.
Il padiglione 2, dedicato principalmente alle soluzioni cloud, ospita tra l’altro un grande spazio Samsung, che qui non mostra Galaxy ma reti e display: le infrastrutture che rendono possibile tutto il resto.
Nel padiglione 3, quello degli smartphone, emergono però i protagonisti invisibili: Qualcomm e MediaTek, i produttori di chip che stanno dentro ogni dispositivo ma raramente finiscono in copertina.
MediaTek in particolare ha annunciato come le sue soluzioni di connettività lavoreranno in futuro in sinergia con Starlink: quando la rete terrestre viene meno, entra il satellite. Un’integrazione che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata fantascienza, che per Qualcomm è realtà da tempo e ora arriva anche nei prodotti con i chip di Mediatek.
Chi non c’è più — e il silenzio che lascia
Camminare tra i padiglioni del MWC significa anche fare i conti con le assenze. E alcune pesano.
Nokia, che per anni è stata una delle protagoniste assolute dell’evento, occupa oggi uno spazio sempre più ridotto, quasi irrilevante rispetto a quello che fu.
È uno di quei cambiamenti che si percepiscono fisicamente, quando ci si ricorda com’era e si guarda com’è.
Sony ha lasciato la fiera. Un brand che aveva una presenza significativa, una proposta premium riconoscibile, semplicemente non c’è più. Oppo ha scelto una strada diversa: niente spazio interno, ma un piccolo evento satellite organizzato fuori dalla fiera.
Una scelta che dice qualcosa su come certi brand stiano ripensando il loro rapporto con gli eventi tradizionali.
Chi c’è — e non conosci
Sul lato opposto dello spettro ci sono le aziende che occupano spazi visibili e significativi, ma che in Italia sono praticamente sconosciute.
È il caso di Tecno, brand cinese con una presenza importante a Barcellona, che ha presentato un concept di smartphone modulare capace di sorprendere.
L’idea di base non è nuova — il telefono modulare è un’ossessione ricorrente del settore — ma questa volta la proposta ha una logica concreta: uno smartphone piccolissimo, quasi tascabile nel senso più letterale del termine, a cui si possono agganciare moduli intercambiabili.
Tra questi, una fotocamera con sensore di grandi dimensioni compatibile con ottiche fotografiche standard. Non è un prodotto comodo da usare, probabilmente non arriverà mai sul mercato nella forma mostrata qui, ma la spinta innovativa è genuina. E in un evento dove molte novità sembrano variazioni sul tema, questo conta.
L’elefante nella stanza: la rete
C’è però un argomento che attraversa tutta la fiera come un filo sotterraneo, raramente nominato esplicitamente ma presente in ogni conversazione seria sul futuro della comunicazione mobile.
È la qualità della rete. Ed è qui che, per chi viene dall’Italia, la visita al MWC smette di essere solo uno spettacolo e diventa qualcosa di più scomodo.
Ieri ho provato in prima persona una soluzione sviluppata da Elmo Remote, azienda estone che ha costruito un sistema di guida remota connessa. Seduto all’interno della fiera, ho guidato un’automobile che si trovava a circa 30 chilometri di distanza.
Non una simulazione, non una demo artificiosa: un veicolo elettrico reale, mosso in tempo reale attraverso la rete, con una reattività che non lasciava spazio a dubbi sulla funzionalità del sistema.
La tecnologia funziona. La condizione perché funzioni, però, è che la latenza della rete si mantenga al di sotto di una soglia precisa.
Basta un ritardo di qualche millisecondo di troppo e la reattività del veicolo non può essere garantita. Quello che ho guidato oggi potrebbe essere guidato da migliaia di chilometri di distanza — ma solo se la rete regge.
E qui arriva il problema.
Mentre eseguivo il test, pensavo alle reti italiane. Quelle dove la velocità di picco è spesso impressionante, ma la velocità media è ancora tra le peggiori d’Europa. Quelle dove ampie zone, pur avendo una discreta copertura in download, fanno fatica in upload.
Quelle dove servizi avanzati come questo richiederebbero la disponibilità del Quality on Demand — la stessa tecnologia di cui abbiamo parlato qualche settimana fa raccontando il 5G Priority alle Olimpiadi — e dove questa opzione è ancora lontana dall’essere una realtà diffusa.
La qualità della rete non è un tema tecnico per addetti ai lavori. È la vera barriera all’ingresso per i servizi avanzati che si vedono qui a Barcellona.
Guida remota, telemedicina in mobilità, robotica connessa, realtà aumentata in tempo reale: tutte tecnologie che esistono, che funzionano, che abbiamo visto funzionare. Ma che diventano inutili — o inutilizzabili — senza un’infrastruttura di rete all’altezza.
Il rischio concreto è che continuiamo a guardare queste soluzioni alle fiere internazionali, ad ammirarle, a scriverne, senza mai poterle usare davvero. Non perché manchino i dispositivi, non perché manchino le idee. Ma perché le nostre reti non riescono a sostenerle.
Il momento per affrontare questo tema con la necessaria serietà — e con la necessaria severità nei confronti di chi dovrebbe garantire infrastrutture adeguate — è adesso. Con le reti attuali, recuperare il terreno perso diventerà ogni anno più difficile. E alcune opportunità, una volta perse, non si recuperano.
Il MWC 2026 racconta un futuro connesso, intelligente, distribuito. L’Italia deve decidere se vuole farne parte davvero, o limitarsi a guardarlo da fuori.