Recensione Cairn: la vertigine che diventa poesia (mistergadget.tech)
Il nuovo survival di The Game Bakers è un’esperienza viscerale e poetica che trasforma il dolore della scalata in pura arte digitale.
+ Direzione artistica superba curata da Mathieu Bablet.
+ Sound design immersivo che trasmette ogni sforzo fisico.
+ Equilibrio perfetto tra scalata tecnica e sopravvivenza.
– Alcune cadute possono risultare punitive o ingiuste.
Scalare il Monte Kami non è solo una sfida di muscoli e chiodi da roccia; è una coreografia solitaria sospesa di fronte all’immensità. Tra la durezza di una simulazione spietata e la dolce malinconia dei tratti di Mathieu Bablet, Cairn ci invita a un’ascensione viscerale che scuote i sensi.
Si dice spesso che la montagna ti cambi dentro. È un adagio che molti non comprendono finché non si trovano faccia a faccia con la roccia nuda. Con Cairn, il nuovo titolo dello studio francese The Game Bakers (già autori dei successi Furie Haven), scalare una vetta diventa il mezzo per sbloccare prospettive interiori insospettabili. È quel genere di gioco che ti sussurra: “Vedi? È bastato cadere venti volte e perseverare altrettante per raggiungere finalmente la cima. Non era poi così complicato… O forse sì?”
Indice
La coreografia dello sforzo: oltre il genere survival
Chi scrive non pensava di potersi innamorare di un gioco di arrampicata. Molti sono stati scoraggiati dalla “pesantezza” fisica di Death Stranding o hanno solo sfiorato la superficie di titoli come Jusant. Ma Cairn è diverso. L’obiettivo è unico e titanico: conquistare il monte Kami, un gigante di pietra considerato inviolabile. La connessione con il terreno è immediata. Ci si sente rapidamente magnetizzati dalle altezze, abitati dalla necessità di afferrare quell’ultima sporgenza per poter finalmente stabilire il proprio bivacco. Mentre la colonna sonora ossessiva di The Toxic Avenger, con il brano Only the Mountain, accompagna l’azione, ci si rende conto che ogni nota è intrecciata al destino della protagonista.
Cairn è prima di tutto una prova di resistenza. Una sessione di allenamento può tenerti col fiato sospeso per un’ora intera. In un’eco lontana a Human Fall Flat, ma con una gravità drammatica, la scalatrice Aava sposta i suoi arti uno ad uno a ogni pressione di un tasto. Bisogna guidare i suoi gesti sul grano della roccia mantenendo la tensione; una manovra che esige una gestione millimetrata dell’equilibrio e della stamina. Qui, una postura errata o un movimento brusco sono irrimediabili: il risultato è la caduta.
La spietata bellezza del Monte Kami
Nonostante la dolcezza estetica firmata dall’artista Mathieu Bablet (celebre per capolavori come Carbone & Silicio), il gioco non ha pietà: l’errore vi riporta all’ultimo checkpoint, anche se questo risale a trenta minuti prima. Bisogna imparare a leggere il terreno e ad addomesticarlo. In Cairn, non esiste la “vernice gialla” a indicare la strada in modo artificiale: il percorso è una vostra intuizione, una sfida tra il vostro occhio e la parete. Una volta raggiunta la vetta, però, il panorama ripaga di ogni goccia di sudore digitale.
Ogni nuovo palier diventa un “combat di boss” salvifico. Può capitare di sbattere la testa più volte contro una parete verticale, prima di tentare una via alternativa che magari vi premia con un passaggio segreto. La loop di gameplay diventa presto inebriante, quasi esaltante. I movimenti guadagnano fluidità, si trova il proprio ritmo interno: «1, 2, 3, 4…». È un metronomo mentale che continua a risuonare anche a console spenta. Il sound design è fondamentale: il respiro corto di Aava, i suoi gemiti sulle pareti più abrupte, il craquelé della roccia sotto le sue dita… L’immersione è totale al punto da spingere il giocatore a compensare fisicamente con il controller durante i passaggi più critici.
Sola di fronte al gigante: sopravvivenza e introspezione
Cairn non è privo di difetti. Le gambe di Aava a volte si contorcono in modi che sfidano le leggi dell’anatomia e, durante le cadute, il corpo si disarticola come una bambola di pezza (ragdoll), tradendo la sua natura poligonale. Tuttavia, Cairn si impone come una simulazione minimalista esemplare, audace e originale, supportata da una gestione delle risorse spietata. Raggiungere una pozza d’acqua procura il sollievo di un’oasi nel deserto. Bisogna idratarsi, costituire riserve e sfruttare la flora locale per cucinare nutrienti essenziali nel bivacco. È in questo rifugio precario che:
- Si curano le ferite fisiche.
- Si riparano i chiodi da roccia (piton) usurati.
- Si recuperano le forze per affrontare il freddo e la fame.
Sotto la superficie della sopravvivenza rudimentale, Cairn racconta un’epopea intima: quella di una donna determinata a vincere il Kami a costo della vita. Esplorando i segreti della montagna proibita, Aava affronta i propri tormenti e la solitudine radicale che si è imposta. Il Kami diventa così una potente allegoria dei suoi demoni interiori. È difficile non restare commossi dalla poesia di questa ascensione e dal suo finale travolgente, una giusta ricompensa per chi saprà resistere a quindici ore di lotta verticale.
Considerazioni finali: Il senso della scalata
Alla fine del viaggio, quando le dita smettono di tremare e il fiato di Aava torna regolare, ci si rende conto che Cairn non è solo un simulatore di arrampicata, ma una metafora brutale e bellissima della resilienza umana. Sì, cadrete. Sì, imprecherete contro la fisica spietata e contro quel chiodo da roccia che sembrava solido e invece vi ha traditi. Ma è proprio in quella frizione tra il fallimento e la testardaggine che il titolo di The Game Bakers trova la sua magia.
Non è un gioco per chi cerca una passeggiata rilassante, ma per chi vuole sentire il peso di ogni scelta e la gratificazione immensa di un panorama conquistato con il sangue (digitale) e il sudore. Tra la colonna sonora ipnotica e il tratto inconfondibile di Mathieu Bablet, Cairn riesce a fare quello che pochi titoli sanno fare: trasformare la fatica in trascendenza. Una volta arrivati in cima al Monte Kami, non guarderete più una parete di roccia – o una sfida della vita – con gli stessi occhi. È un capolavoro di verticalità che merita un posto d’onore nella vostra libreria, a patto di avere il coraggio di guardare di sotto.