Se hai questo smartphone ti spetta un risarcimento (mistergadget.tech)
Spesso, quando leggiamo di risarcimenti o magari di benefici che ci spettano, anche legati alla tecnologia, siamo scettici.
È di facile comprensione, dal momento che ci troviamo molto spesso vittime di frodi e truffe online; tuttavia, ci sono anche dei contesti in cui ne abbiamo effettivamente diritto ed è un peccato lasciarselo sfuggire, soprattutto per la paura di agire.
Quando si parla, infatti, di reagire online, si citano spesso dei meccanismi che vengono ripetuti e perpetuati nel corso del tempo, ma ci sono anche tantissime sfaccettature differenti di cui bisogna tener conto. In questo caso, il tema principale riguarda la privacy dei consumatori e, nello specifico, delle class action: sono state fatte da parte di gruppi di utenti attraverso delle azioni legali mirate, ma di gruppo, con conseguenze importanti, quindi anche relativi pagamenti diretti agli utenti che avevano diritto a un risarcimento, anche senza cacciare nulla per avvocati e per portare avanti la causa.
Se hai questo smartphone spetta un rimborso: ecco il motivo
Ovviamente, quando si parla di class action non si tratta mai di piccole aziende ma, nella maggior parte dei casi, di colossi; quindi, anche per il settore tech, la questione non cambia. Infatti, la notizia riguarda Apple: il fatto è che l’azienda abbia accettato di pagare la somma di 95 milioni di dollari a tutti gli utenti. Chiaramente la cifra è divisa, poi, nel corrispettivo per singolo utente relativamente a delle conversazioni che sono state registrate da Siri e quindi ascoltate, o quantomeno potenzialmente potevano essere ascoltate, da parte dei collaboratori dell’azienda. L’accordo è stato accettato da Apple sostanzialmente considerando il numero di utenti: in questo caso si parla di 20 dollari a dispositivo, fino ad un massimo di cinque volte per utente, in base al numero di dispositivi Apple utilizzati. Una conseguenza chiaramente significativa, perché stiamo parlando di un’azienda grande come Apple che accetta di risarcire economicamente gli utenti che si sono ritrovati di fronte a una situazione spiacevole.
Cosa che in realtà riporta in auge una discussione che si è protratta negli anni relativamente a delle parti di conversazioni che vengono registrate ora dalle applicazioni, ora dai sistemi che abbiamo in casa e così via. Gli assistenti vocali funzionano a comando, quindi vengono interpellati con il loro nome o comunque in base a quello che si è deciso, e rispondono a quel comando; come tali, rispondono ogni volta che ritengono essere stati chiamati in causa. Quindi, anche magari se non stiamo parlando con loro, può capitare che percepiscano invece un richiamo diretto al loro nome e quindi inizino a registrare, perché di fatto vogliono capire quale sia la domanda.
Questo porta però a delle violazioni non volute della privacy perché, di fatto, l’applicazione in quel momento o il sistema che stiamo utilizzando non lo fa per spiare l’utente: lo fa perché automaticamente lo ha sempre fatto tutte le volte che è stato chiamato, perché noi l’applicazione l’abbiamo scaricata, gli abbiamo dato questa impostazione e quindi, effettivamente, abbiamo accettato le conseguenze. Sappiamo che se diciamo “Siri”, piuttosto che “Google” o “Alexa”, in casa o su Google Nest ci sono una serie di accessori, di app e sistemi che rispondono alla nostra sollecitazione. Per farlo, di base, siamo anche consapevoli che devono ascoltarci, altrimenti sarebbe impossibile attivarsi all’atto della richiesta. Quindi è bene scindere quello che è accaduto da un’intenzionalità nel violare la privacy, perché in questi casi si è trattato di una conseguenza inavvertita relativa a un utilizzo, comunque, di un prodotto voluto.
Questo vuol dire che, quando scarichiamo una determinata applicazione o scegliamo di acquistare un prodotto, dobbiamo essere consapevoli di quale sia il suo utilizzo; anche se lo usano tutti, o se l’abbiamo già utilizzato, sapere che magari registra le conversazioni, che le archivia in determinate cartelle e che quindi la nostra privacy non potrà mai essere sicura al 100%. Questo concetto è interessante, generale e va sempre posto come base.
Poi, ovviamente, l’accordo offerto da Apple in questo caso è interessante perché, nonostante tutto, l’azienda ha deciso di pattuire una formula di rimborso per gli utenti accordando un risarcimento di tipo economico. In realtà in passato si è parlato molto spesso delle conversazioni che vengono archiviate su Google o comunque delle registrazioni di Alexa.
Quando andiamo ad accettare determinati elementi, ci viene sempre specificato che cosa va a fare quel determinato sistema, ma ormai noi siamo abituati a cliccare “avanti” senza di fatto leggere le specifiche. Questo non vuol dire che non ci sia stata oggettivamente una questione da porre all’attenzione generale, ed è per questo che è stata fatta la class action nei riguardi di Apple ed è per questo che l’azienda ha accettato di pagare gli utenti; ma è anche bene scindere quella che è la nostra responsabilità, quindi andare a leggere o comunque prestare attenzione ai prodotti che andiamo a scaricare e ai dispositivi che utilizziamo nella vita di tutti i giorni, rispetto a quelle che sono poi le intenzioni, i limiti o comunque i dettagli di utilizzo relativi ai sistemi che adottiamo.